La rivolta accende il fuoco in tutta la Francia

Sono preoccupate per i figli, guidano la contro rivolta. E trascinano in piazza migliaia di persone

Alberto Toscano

da Parigi

Nel bollettino di guerra della rivolta delle banlieues, le periferie ai margini delle principali città francesi, la giornata di ieri sarà ricordata come quella dell'estensione a macchia d'olio degli atti di vandalismo a tutto il Paese. La nona notte di «guerriglia metropolitana» è stata meno agitata del solito nei vecchi focolai di Clichy-sous-Bois (dove tutto è cominciato giovedì della scorsa settimana, con la morte di due giovani di origine maghrebina, rifugiatisi in una centralina elettrica credendo d'essere rincorsi dalla polizia e rimasti fulminati) e della vicina Aulnay-sous-Bois, ma è stata rovente in numerose altre località della regione parigina e calda anche nelle periferie popolari di Lione, Bordeaux, Tolosa, Nizza, Strasburgo, Lilla e Rouen.
Ovunque in giro per le periferie francesi si sentono - sulla bocca dei giovani - discorsi del tipo: «Sarkozy deve imparare che noi non siamo feccia, come dice lui!». Quella parola racaille, appunto feccia, pronunciata dal ministro dell'Interno all'indomani dei primi incidenti a Clichy e ad Aulnay è diventata la bandiera della nuova guerriglia metropolitana. Il ventenne Haikel Drinne, che è tra i pochi a cercare di esprimere in termini politici le ragioni della rivolta, dichiara: «Noi facciamo una richiesta precisa al governo: le scuse da parte di Sarkozy. Non è giusto trattarci come canaglie. Noi non siamo canaglie e per questo ci mobilitiamo».
Il dilagare degli scontri e degli atti di vandalismo porta a 900 il numero delle auto incendiate in Francia in una sola notte e a 253 il numero dei fermati. La linea seguita dall'autorità giudiziaria transalpina sembra chiara: celebrare il maggior numero possibile di processi per direttissima, condannare con la condizionale e far scontare il carcere solo ai maggiorenni recidivi. Nel bilancio degli incidenti dell'altra notte occorre inserire anche l'attacco a tre scuole e a una sinagoga. L'idea di prendersela con un luogo del culto ebraico sembra testimoniare ciò che tutti temevano fin dall'inizio: il tentativo d'infiltrazione e di strumentalizzazione da parte degli ambienti del fanatismo islamico. Significativo il fatto che sempre ieri il rettore della «Grande moschea» di Parigi, Dalid Boubakeur, abbia lanciato un messaggio alla calma. Ma al calar della decima notte le violenze sono riprese: già ieri sera nelle periferie di Parigi si segnalavano 23 vetture bruciate e due scuole.
Sul fronte della politica, c'è stata a metà giornata una riunione d'emergenza del governo a Palazzo Matignon, che ospita gli uffici del primo ministro Dominique de Villepin. Il ministro dell'Interno Sarkozy è uscito da questo «consiglio di crisi» con la convinzione che tutti i suoi colleghi lo stiano appoggiando nella sua linea dura. La situazione è tuttavia un po' diversa. È vero che il governo al completo appoggia ufficialmente Sarkozy nella contrapposizione con la guerriglia metropolitana, ma se il ministro di ferro non riuscirà a disinnescare la mina vagante, sarà lui a pagare il conto della crisi. E sarà un conto molto salato: Sarkozy vuole entrare a tutti i costi all'Eliseo in occasione delle presidenziali della primavera 2007, ma i suoi potenti rivali in seno al centrodestra (il presidente Jacques Chirac e il primo ministro Dominique de Villepin) sognano da tempo un suo passo falso.
Adesso quel passo falso è arrivato. Ieri gli amici di Sarkozy notavano con stupore (e finta sorpresa) il silenzio dell'Eliseo. Come se Chirac gongolasse nel vedere Sarkozy arrostire (assieme alle sue ambizioni presidenziali) sul barbecue delle molotov dei guerriglieri. Proprio per smentire questa maliziosa interpretazione politica, le fonti dell'Eliseo hanno fatto sapere nel pomeriggio che «il presidente Chirac si rivolgerà al Paese al momento più opportuno». Più opportuno per lui.