Dalla «rivolta araba» alle due Intifada, una faida senza fine

Se Abu Mazen ordinerà con un decreto presidenziale di tenere entro quaranta giorni un referendum in Palestina, per far approvare il piano elaborato dai rappresentanti di tutte le correnti politiche detenuti nelle carceri israeliane, l’anarchia che da settimane cova a Gaza e in Cisgiordania si trasformerà in guerra civile. Per quanto paventata da tutti, cause immediate e remote sembrano rendere inevitabile questa tragedia.
Le cause immediate sono essenzialmente due: la costituzione da parte del governo di Hamas di una milizia di tremila uomini non sottoposta all’autorità del presidente dell’Anp, teorico capo di tutte le forze armate; denuncia da parte di Hamas della illegittimità di un referendum basato su un accordo che accetta la coesistenza pacifica di uno Stato palestinese accanto a quello israeliano nei confini del 1967. Il piano, per quanto contenga altre condizioni inaccettabili per Israele, distrugge la base ideologica stessa del movimento Hamas impegnato di fronte al popolo palestinese e al mondo islamico al non riconoscimento di Israele e alla lotta armata per la riconquista dell’intera Palestina mandataria britannica (il che lo staccherebbe anche dal movimento «madre» dei Fratelli Musulmani e di quello ancora più radicale degli islamici allineati sulle posizioni iraniane).
Se la miccia ideologica-religiosa della guerra civile è pronta a esplodere, il contesto militare-politico e storico favorisce lo scontro. Esso è determinato anzitutto dal disequilibrio delle forze in campo: politicamente Hamas ha vinto le elezioni e occupato le istituzioni dell’Autorità nazionale palestinese. Militarmente tuttavia il grosso delle forze militari resta sotto il controllo di Al Fatah, battuto alle elezioni ma ancora in possesso del sistema economico e burocratico palestinese. Quanto al contesto storico (nel quale la lunga anarchia palestinese ha rinfocolato vendette e interessi di clan non meno che rivalità ideologiche) esso ha radici profonde.
Lo si è visto nella prima Intifada del 1986-1990, detta delle pietre, quando Arafat soffocò da Tunisi la rivolta popolare palestinese mettendo fine (con l’aiuto di Israele) ai tentativi di consolidamento di potere di una emergente leadership locale anche se sostenuta da non poche bande mafiose. Lo si vide nella seconda Intifada (detta di Al Aqsa), questa volta armata soprattutto di «bombe umane», che sotto il sistema accentratore e corruttore del raìs alimentò una rete di milizie, gruppi familiari armati, mafie, servizi di sicurezza multipli e nemici, in continua rivalità e resa di conti fra di loro.
Ma la più sanguinosa memoria delle faide palestinesi risale al tempo del mandato inglese, in particolare alla feroce lotta che oppose le grandi famiglie aristocratiche dei Nashashivi, dei Dajani (Gerusalemme); dei Toukan e dei Masri (Nablus); dei Irshaeid (Jenin) e Abu Khadra (Jaffa) eccetera a quella degli Husseini, col famigerato mufti Haj Amin alla sua testa. Lotta che fra il 1936 e il 1939, nel corso di quella che si chiamò la «grande rivolta araba», fece oltre seimila vittime palestinesi, tre volte superiori a quelle causate dalla repressione inglese.