Rivolta a Beirut: bruciata un'altra ambasciata danese Virus intollerante

Non soffiamo sul fuoco. Ce n’è già tanto, sono già in tanti ad alimentarlo, in modo diretto o trasversale. Ma il solo fatto che sia possibile, o addirittura probabile, che un prete cattolico italiano sia stato assassinato in Turchia come rappresaglia per le caricature pubblicate quattro mesi fa su un giornale danese indica a che stadio è la tensione ma soprattutto da che parte sono i violenti e, dunque, i responsabili. Don Andrea Santoro, parroco a Trebisonda, sarebbe il primo, se potesse esprimere preferenze postume, ad augurarsi d’essere stato ammazzato perché dava fastidio a qualcuno il suo impegno umanitario in favore delle prostitute di quella antica città per qualche tempo sede addirittura di un Impero e oggi fra le più depresse dell’Anatolia. Anche in questo caso ci potrebbero essere diramazioni con il fanatismo religioso, ma sarebbero meno immediate, allarmanti, angosciose. Rientrerebbero in un costume che possiamo e dobbiamo deplorare ma che è radicato nella sociologia e nella psicologia di alcuni popoli, anche se tende a debordare. Lo abbiamo visto pochi mesi fa in Germania in due occasioni con l’omicidio quasi rituale da parte di familiari di due donne turche che, conseguita la cittadinanza tedesca, intendevano «vivere da tedesche», con tutte le implicazioni anche sessuali.
Potrebbero fare notizia, non orrore, le recenti minacce e «scomuniche» contro Luciano Pavarotti, che avrebbe qualcosa a che fare niente meno con il «diavolo». Ma don Santoro è stato assassinato in Turchia poche ore dopo che delle ambasciate sono state date alle fiamme in Siria, violenze e intimidazioni divampano dal Medio Oriente all’Europa, all’Indonesia e si lanciano delle fatwa. Non contro gli autori o i responsabili di una aggressione a un Paese islamico ma contro dei disegnatori umoristici che in un Paese libero e laico come la Danimarca hanno esercitato il loro diritto di coinvolgere caricaturalmente Maometto in azioni rivendicate in nome suo dai suoi seguaci. Sulla opportunità o sul buon gusto di quei disegni è lecito discutere, non sulla loro piena legittimità, non sul fatto che la tolleranza è un dovere, non l’intolleranza un diritto. Se dubbi c’erano, essi sono caduti di fronte all’estensione, alla violenza, alla barbarie delle reazioni. Per i roghi di libri non c’è più posto in Europa, quali che ne siano l’autore e il soggetto e l’immagine, in una civiltà come la nostra che ha respinto l’iconoclastia, è protetta quanto la parola. E che sa da millenni che al rogo dei libri segue spesso quello degli uomini.
È una verità che dovrebbe essere perfino banale e superfluo il ricordarla. E c’è invece un virus che da tempo circola dalle nostre parti. Non si ricordano più in tanti della fatwa, della condanna a morte emessa da un tribunale religioso iraniano, più di dieci anni fa, contro Salman Rushdie, autore di un romanzo-parodia anche nel titolo, Versetti satanici e - dettaglio che va sottolineato - cittadino britannico, cioè sottoposto a codici e leggi europei. Ma ne sono passati più di venti di anni da quando le autorità ginevrine impedirono con un gesto di censura che sulla scena tornasse un’opera teatrale di Voltaire con più di due secoli sul groppone dal titolo Mahomet ou le Fanatisme. Le capitolazioni dello spirito cominciano anche da piccoli gesti e poi diventano grandi e poi non riguardano più soltanto lo spirito.
Sono comprensibili, ripeto, gli inviti alla prudenza in nome delle particolari tensioni politico-religiose del momento e anche i riflessi di «solidarietà» fra i fedeli di altre religioni. Ma quello che è successo a don Santoro e prima di lui a tanti altri sacerdoti cattolici o comunque cristiani negli ultimi anni in diversi Paesi del Medio Oriente mostra chiaramente i limiti di questa «solidarietà».
È dunque il caso di parlare chiaro e di riaffermare innanzitutto dei princìpi. Soprattutto perché, e non credo che sia inutile ripetere, il cosiddetto reato contro cui si levano proteste che vorrebbero assomigliare a dei linciaggi è un gesto perfettamente nell’ambito della legalità nel Paese in cui è stato commesso. Questo ha mosso a un gesto di solidarietà quasi senza precedenti giornali di tutta Europa, che hanno ripubblicato le vignette incriminate, che alla nostra sensibilità neppure appaiono blasfeme. Esiste, è vero, un dovere di cortesia nei confronti dei milioni di ospiti dell’Europa da Paesi musulmani. Molti di loro hanno cittadinanze europee o vi aspirano. Vi aspira la stessa Turchia, anche se ora è governata da un partito islamista. Nessuno gli chiede di cambiare religione. Dovrebbero però sapere che nel nostro mondo, quello in cui vogliono entrare, c’è una cosa sacra su cui si può sì scherzare ma che non si può calpestare. E che si chiama libertà.