La rivolta degli scienziati-travet

Il fatto che sembrino proprio loro le vittime designate dalla riforma mette inevitabilmente in cattiva luce il testo di legge. I ricercatori rappresentano il centro vitale dell’università e della comunità scientifica, e il pensare che li si voglia danneggiare economicamente e normativamente lascia immaginare un futuro disastroso sia per l’università che per la ricerca scientifica. A questa fosca previsione si aggiunge, in genere, un luogo comune: l’Italia non spende per la ricerca. In realtà i fondi pubblici che la finanziano sono in linea con quelli degli altri Paesi europei: ciò che invece manca vistosamente, sono i finanziamenti privati. E il motivo è molto semplice: l’università, con i suoi ricercatori, ha un personale anziano e non competitivo, inquadrato come se fosse composto da impiegati delle Poste.
I ricercatori che scendono in piazza contro la riforma sono proprio quelli che non vogliono essere considerati ricercatori scientifici, ma come impiegati delle Poste: lavoro fisso di ruolo e scatti di anzianità.
Naturalmente la legge Moratti non tocca i diritti acquisiti - sindacalmente, non scientificamente - dai ricercatori esistenti, ma stabilisce assunzioni flessibili e temporalmente determinate per i nuovi da reclutare. In nessun Paese europeo - tanto meno negli Stati Uniti - un ricercatore ha il posto fisso e di ruolo, in Italia sì. Ed in difesa di questo privilegio, contrario al più elementare buon senso che considera ovvia la periodica valutazione della ricerca scientifica svolta, si è scatenata una grottesca protesta di piazza.
Su un principio alcuni ricercatori universitari, che proprio non desiderano essere assimilati a impiegati delle Poste, hanno sacrosanta ragione: essi pretendono di venire giudicati con serietà, dignità, obiettività. Questo finora non è accaduto.
La nuova riforma cambia i metodi, letteralmente indecenti, dei concorsi universitari e del reclutamento dei docenti, che hanno favorito (con una legge del centrosinistra) i peggiori nepotismi. Nota è l’inchiesta che stanno svolgendo sia la magistratura, sia il ministero su alcuni concorsi nell’università di Firenze.
Attualmente, con una procedura concorsuale troppo lunga da descrivere ma ben nota agli accademici, un docente riesce a mettere in cattedra il suo pupillo, il suo parente, il suo amico anche se questo è un emerito imbecille. A sua volta, il professore che ha un allievo bravo (per fortuna ci sono), che intende giustamente aiutarlo nella carriera, deve opportunamente tacere sugli intrighi del collega che vuole mandare avanti chi non merita affatto, per evitare che il suo giovane e brillante allievo venga danneggiato. Ma questo è soltanto un aspetto dell’indecente sistema concorsuale dell’università, che ha formato lobby, gruppi intriganti, sottobosco accademico che hanno degradato il corpo docente.
È quindi evidente da dove possono arrivare le resistenze alla riforma Moratti, che intende riportare i concorsi a livello nazionale con commissioni sorteggiate per sottrarli alle lobby universitarie. È solo un inizio per incominciare a smantellare un potere accademico che non ha nulla a che vedere con il potere scientifico. È solo un inizio per restituire un minimo di competitività culturale alle università, per difendere e premiare i giovani che sanno fare ricerche scientifiche, per indebolire solide burocrazie sindacali in un mondo di lavoro che niente ha a che vedere con quello degli impiegati alle Poste.
Stefano Zecchi