La rivolta dei Comuni contro le nuove favela degli zingari

Tre milioni di nomadi non sono più clandestini dopo l'ingresso di Romania e Bulgaria nell'Unione europea. L'Italia deve fare i conti con un fenomeno crescente e preoccupante

Milano - Normali (fino a quel momento) cittadini e padri di famiglia che si armano di taniche e nottetempo danno fuoco alle tende allestite per ospitare un gruppo di Rom. È successo a Opera, laborioso comune alle porte di Milano, proprio nei giorni che portavano al Natale. Dopo Capodanno stesse scene di intolleranza. Residenti che si ribellano al sindaco di Milano Letizia Moratti che vuol pulire e bonificare via Triboniano, l’orribile favela dove da anni in mezzo alla sporcizia e ai topi si moltiplicano centinaia di zingari in arrivo da tutta Europa. Rischia di esplodere l’emergenza nomadi, un bubbone che sindaci volonterosi hanno finora cercato di tenere sotto controllo con pochi mezzi e molta fantasia. Troppo spesso, forse, a discapito del rispetto delle norme igienico-sanitarie e della pazienza dei cittadini costretti sempre più spesso a convivere con degrado e microcriminalità. Un problema che rischia di diventare ancor più ingovernabile oggi che, con l’allargamento a Bulgaria e Romania dell’Ue, almeno tre milioni di rom sono diventati cittadini europei e mezzo milione di clandestini che già vivono in Italia (ma la stima è sicuramente al ribasso) non sono più fantasmi. Hanno il diritto di circolare liberamente, cercare lavoro, magari partecipare ai bandi comunali per l’assegnazione delle case popolari. O, più semplicemente, pretendere luce, gas, servizi igienici e parabole per la tv nei tanti campi nomadi irregolari che già infestano le città. «Ci hanno lasciati soli», la protesta che monta dai municipi. E c’è già chi promette di imitare Maurizio Colman, primo cittadino di Piovene Rocchette eletto alla testa di un gruppo di liste civiche di centrodestra. Dopo aver emesso un’ordinanza con il divieto di accampamento per impedire a camper e roulotte degli zingari di stabilirsi nel comune del Vicentino, ha fatto scavare un fossato di duecento metri. «Ho posto delle barriere fisiche - spiega con una certa ironia - affinché questa ordinanza sia di più facile interpretazione anche per quelle persone che non vogliono interpretarla». Risultato? «Di nomadi non ce n’è». «Abbiamo le mani legate - gli fa eco Cesarino Monti, storico leghista duro e puro, oggi assessore a Lazzate (Mi) -, ma ci impegneremo per evitare l’invasione dei nostri comuni. Non diventeremo territorio di conquista».
Parole crude, ma sempre più spesso superate dai fatti. Come a Opera dove, dopo il rogo, abitanti esasperati hanno organizzato un presidio permanente contro il primo cittadino di centrosinistra Alessandro Ramazzotti intenzionato a dare ospitalità agli zingari cacciati dalla baraccopoli milanese di via Ripamonti. Da un rogo appiccato a quello accidentale, scoppiato da un fornello a gas l’ultimo giorno dell’anno in via Barzaghi. Un inferno in cui un migliaio di (allora) irregolari vivono da anni in mezzo all’immondizia e ai topi. Ora il sindaco Moratti promette una bonifica e la sistemazione. Ma solo dopo la firma di un «Patto di legalità» con cui i capifamiglia si impegnano a tener pulito e mandare i figli a scuola. «Nemmeno un soldo dei milanesi per i rom», tuona il capogruppo leghista Matteo Salvini che minaccia di votare contro il suo sindaco. «Non saranno tollerati nuovi arrivi di persone non censite - gli fa eco il vicesindaco di An Riccardo De Corato -. Milano è stata finora meta privilegiata per gli irregolari provenienti dalla Romania. In città ci sono 11 campi nomadi autorizzati, a cui però si aggiungono 27 baraccopoli, 5 campi non autorizzati, 9 insediamenti di giostrai, 12 di nomadi in aree private e pubbliche e ben 26 stanziamenti di zingari in vie pubbliche». I residenti insorgono. «Non ci fidiamo più», si ribella Antonietta Spinella, rappresentante di un comitato di cittadini che abitano vicino a via Triboniano. Non riusciranno mai a gestirli. Ci hanno provato, ma quella è un’area particolare dove i rom possono fare il loro comodo e nascondersi senza problemi. L’unica soluzione è fare come in Francia, spostare ogni tot di tempo i campi. Senza renderli stanziali». Va giù fin troppo pesante il capogruppo di An al Consiglio regionale lombardo: «Luoghi recintati e sorvegliati ci sono già, si chiamano galere e allora tanto vale mandarli lì».