Rivolta dei presidi contro i professori che «pretendono» la settimana bianca

Sta diventando un caso nazionale ed è tutt’altro che conclusa la vicenda della preside dell’istituto scolastico comprensivo di Certosa che, l’anno scorso a febbraio, «precettò» gli insegnanti durante la cosiddetta settimana di fermo didattico, per consentire di tenere la scuola aperta per quei ragazzi che non partivano per la settimana bianca.
A deliberare la chiusura della scuola era stato il Consiglio di istituto e i docenti erano ben felici di poter usufruire di una settimana di riposo extra. Fatto peraltro diventato prassi da alcuni anni in diverse scuole non solo genovesi. Tuttavia la preside, l’anno scorso aveva dovuto fare i conti con la crisi e non solo. E considerando che la scuola era frequentata da almeno 300 bambini quasi tutti figli di immigrati che sarebbero rimasti privi di assistenza durante quel periodo di tempo, aveva chiesto un parere all’ufficio scolastico regionale sulla possibilità di tenere comunque la scuola in funzione, seppure senza proseguire nel programma didattico. L’ex provveditorato aveva emanato una circolare in cui si raccomandava che in occasione di eventuali sospensioni delle lezioni ordinarie, la scuola doveva accogliere, con attività di sostegno, gli alunni le cui famiglie non avessero potuto andare a sciare, o tenerli a casa. Apriti o cielo. Quando la preside aveva convocato il collegio docenti per programmare le attività didattiche alternative per la settimana il collegio aveva opposto un rifiuto: i docenti avevano preteso un ordine di servizio scritto per presentarsi a lavorare.
Da qui in poi la vicenda si complica e arriviamo a tempi recenti: gli insegnanti «richiamati» avviano una vertenza con l’ufficio scolastico regionale. E qui la sorpresa: nel tentativo bonario di conciliazione per vedersi riconosciute ore di lezione aggiuntive svolte durante la pausa didattica, nonostante la corposa memoria difensiva presentata dalla preside con tutti i riferimenti normativi, l’ufficio scolastico regionale ha conciliato concedendo a ciascun docente 250 euro invece dei mille richiesti. L’Ufficio scolastico regionale aveva riconosciuto un difetto istruttorio visto che la decisione della preside non aveva tenuto conto della delibera del consiglio di istituto che di fatto prevedeva di chiudere la scuola.
«È una decisione assurda e sconcertante - spiega Santo Deldio, presidente regionale dell’associazione nazionale presidi -, infatti all’amministrazione è sfuggito che il calendario scolastico regionale può essere adattato dalla scuola in relazione alle esigenze derivanti dal piano dell’offerta formativa e nel rispetto delle funzioni in materia di determinazione esercitate della Regione. Ciò significa che i giorni del calendario regionale che eccedono i duecento (il minimo ndr), possono essere impiegati per attività didattiche e non per chiudere la scuola».
A questo punto il problema è ancora più complesso perché la conciliazione apre le porte a futuri possibili nuovi ricorsi. In particolare gli insegnanti potrebbero chiedere ogni anno soldi in più per essere in classe nella fatidica settimana di pausa didattica. E c’è un’ulteriore novità: i soldi di risarcimento riconosciuti agli insegnanti di Certosa potrebbero venire chiesti direttamente alla preside. Ciò naturalmente ha fatto ancora più rafforzare la posizione di critica dell’associazione dei dirigenti scolastici.
La questione è arrivata anche all’assessorato regionale all’Istruzione, tanto che l’assessore Pippo Rossetti in una delibera dello scorso 20 aprile scrive che «in caso di sospensione della didattica, per realizzare attività anche non curricolari previste dal piano dell’offerta formativa, le scuole non possono chiudere perché priverebbero l’utenza di un servizio pubblico essenziale».
Nei giorni scorsi, però arriva l’ennesimo colpo di scena che viene denunciato sul sito dell’Anp dove si legge che «il caso della collega di Genova si è arricchito di nuovi sviluppi.
Un funzionario dell'Ufficio Contenzioso - quello che ha avocato a sé il tentativo di conciliazione per poi riconoscere 250 euro a ciascuno dei ricorrenti - ha ritenuto di rilasciare una dichiarazione al quotidiano la Repubblica dove in questi termini: "Abbiamo trasmesso la pratica alla Corte dei Conti; nel caso di colpa grave della preside, questa sarà condannata a risarcire di tasca sua"». Immediata anche la risposta di Dedio che dice di «prendere atto «con stupore delle dichiarazioni riportate dal quotidiano ed attribuite al dottor Carmine Amalfitano. Nel merito, non può non rilevare che l'Ufficio cui egli appartiene ha avocato a sé la trattazione del caso, sottraendo alla dirigente la possibilità di difendere in giudizio la correttezza del suo operato. L'Ufficio per il Contenzioso ha compiuto, in piena autonomia, una duplice scelta: quella di non consentire la difesa in giudizio e quella di riconoscere, unilateralmente, il rimborso di 250 euro a ciascuno dei ricorrenti. Sorprende che, da parte di chi ha determinato il danno, si ipotizzi di scaricarlo sulla dirigente scolastica che è stata messa nella condizione di non poter far valere le ragioni della decisione assunta. E sorprende ulteriormente che l'Amministrazione ritenga di esternare una pubblica presa di distanze da un proprio dirigente che si è impegnato per garantire il diritto allo studio di un'utenza particolarmente sfavorita». Insomma la questione è tutt’altro che conclusa.