La rivolta della Gomorra nera al grido di «italiani bastardi»

Il terreno dello scontro è il controllo del mercato della droga. La protesta di ieri gestita da capi che reclutavano agitatori

da Castelvortuno (Caserta)

«Lo abbiamo capito ma quando era ormai troppo tardi: tre uomini in moto sono passati diverse volte davanti alla sartoria per guardare all’interno chi fossero i presenti. Poi è arrivata un Suv di colore nero, con le divise dei carabinieri, sono entrati dentro e hanno fatto una strage.
Davanti alla sartoria «Ob. Ob. Exotic Fashions», al chilometro 43 di Castelvolturno, Christopher, liberiano, racconta ai cronisti, «ma non alla polizia», i minuti che hanno preceduto la strage di immigrati.
Catena in oro massiccio con il simbolo del dollaro legato da un anello dello stesso metallo e telefonino Comunicator di ultima generazione, gesticola e difende la memoria dei «fratelli uccisi» nella sartoria. Non ha certo l’aria di un contadino che ha appena staccato dal lavoro nei campi. Una ventina di immigrati lo ascolta, la situazione sembra sotto controllo. Un altro immigrato spiega che «nella sartoria c’erano solo degli onesti lavoratori». «Che colpa aveva il sarto, era un lavoratore, come il meccanico. Bastava guardare le mani di questi nostri fratelli per togliersi ogni dubbio sulla loro onestà» dice Michael, ghanese.
Ma, all’improvviso la tensione al chilometro 43 di via Domitiana è salita: tre auto vengono ribaltate, le vetrine di un negozio vengono infrante, gli immigrati che si trovano su due bus di linea, fermi al posto di blocco imposto dalla folla di agitatori, sono costretti a uscire dal mezzo e a unirsi alla protesta. Qualcuno dissente ma senza mostrarlo, ai capi di una rivolta ancora in embrione. Un paio tra i più attivi urlano agli altri in lingua madre, che cosa devono fare, dietro suggerimento di chi invece, se ne sta in disparte ma osserva e decide il da farsi.
La rivolta della «Gomorra nera» scatta nel pomeriggio e nonostante la pioggia. Un corteo di alcune centinaia di immigrati, scesa in strada per fare «sapere a tutti che i nostri fratelli erano persone perbene e non vendevano la droga» e per sostenere l’assurda tesi della strage originata da sentimenti razzisti. Poi, al grido di «italiani bastardi», gli immigrati di Togo, Liberia, Nigeria e Ghana residenti a Castelvolturno si «stendono» in corteo lungo la trafficata via Domitiana.
Dieci chilometri di marcia, tra sputi, lanci di bastoni e pietre contro la polizia in assetto antisommossa: Alcuni tra quelli che poco prima, dinanzi al luogo della strage, si erano professati contro la violenza, cominciano a prendersela anche contro le abitazioni e i negozi gestiti da italiani, lanciando contro di loro pietre e bastoni. Devastata la segnaletica stradale, a fuoco i cassonetti della spazzatura, distrutte le auto parcheggiate lungo il percorso, massi lanciati contro una camionetta della polizia.
Per il paese è una giornata di paura, alcuni commercianti abbassano le saracinesche, temendo il peggio. Alcuni italiani urlano verso i cronisti: «Ma che succede? Dove sono le forze dell’ordine». I reparti anti sommossa arrivano e cercano di controllare la rabbia dei manifestanti. Qui la comunità africana è una presenza massiccia: le stime parlano di diecimila clandestini contro appena mille regolari. Tanta gente che lavora nei campi ma anche tanti che gestiscono il business della prostituzione e i traffici di droga. Tentando di smarcarsi dalla camorra e mettersi in proprio.
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