Rivolta: «Il mio Socrate è una denuncia dei processi politici»

Sul palco della Sala Asteria l’Apologia di Platone: giudici e grande accusatore scelti fra il pubblico

Viviana Persiani

Visto che in Italia il teatro non è stato istituzionalizzato, non essendo ancora entrato a fare parte dei programmi ministeriali della scuola, il linguaggio da palcoscenico si è codificato come elemento integrante dello studio libresco delle materie letterarie.
Senza sostituire la scuola, Carlo Rivolta, da anni, con la sua attività teatrale, punta a sviscerare la vera essenza e il pensiero di personaggi che hanno infisso nella storia della filosofia e della letteratura delle autentiche pietre miliari.
Questa sera, sulla scena della Sala Asteria (piazzale Carrara 17.1), con l'Apologia di Socrate di Platone, Rivolta propone alla platea milanese la rappresentazione di un testo che ha già visto la luce più di millecinquecento volte senza perdere, tuttavia, lo smalto e quella forza che trascina vorticosamente verso la riflessione.
Partendo dalla traduzione firmata da Giovanni Reale, docente di filosofia che ha guidato scientificamente l'allestimento, Carlo Rivolta al fianco di Nuvola de Capua ha ideato la versione scenica, che prenderà vita attraverso la voce coinvolgente di Rivolta.
«Non si tratta di uno spettacolo - racconta l'attore, regista e drammaturgo -; è un autentico dialogo politico tra il protagonista, Socrate appunto, e la polis, il pubblico, la società».
Ponendosi interrogativi tra i più comuni, quelle domande fondamentali alle quali ogni cittadino punta a rispondere, Socrate cerca se stesso, insegnando a pensare e a porsi quesiti.
«Cosa cerchiamo? Cosa vogliamo? Quali sono i valori da seguire e da rispettare? Queste sono alcune domande che il pensatore si poneva allo scopo di approdare ad una chiarezza non solo dal punto di vista privato; questa tensione deve permanere in ogni cittadino appartenente ad un popolo, ad una città, ad una polis cercando delle riposte a misura di comunità. Non si può fuggire al giudizio di noi stessi e prendendo in esame il rapporto con i potenti, Socrate si sottopone alle accuse dei suoi concittadini».
Il pubblico, rappresentante dei 500 giudici ateniesi, è chiamato a rispondere, provocato dalle questioni poste dal pensatore; ecco che Meleto, l'accusatore per eccellenza, viene scelto tra la platea a discrezione dell'attore. «É risaputo che Platone non ha scritto dei monologhi, bensì dei Dialoghi, quindi, sui binari della traduzione di Reale, abbiamo trasposto sul palcoscenico un testo che già si prestava per la forma colloquiale. Certo, abbiamo affrontato una doppia difficoltà: se in prima battuta la traduzione ha comportato un impegno non indifferente, anche la confezione dell'allestimento non è stato semplice. Per questo è preferito la forma dialogica, dando vita ad un processo nel quale io, nei panni di Socrate, rappresento l'imputato accusato di "empietà e di corrompere i giovani" che si aggira tra gli spettatori chiamati ad intervenire direttamente».
Un contrasto drammatico tra attore e pubblico provocato dal maestro che, dalle accuse, alle calunnie alla condanna, conducono il geniale pensatore alla punizione con la pena capitale. Sulle ali di alcune citazioni musicali, tra le quali alcune di Eric Satie e di Keith Jarrett, che evocano antiche e perdute sonorità, lo spettacolo ricostruisce il rapporto antitetico tra il filosofo e i suoi accusatori.
«Socrate è un stato un grande e straordinario personaggio per aver vissuto ciò che pensava senza mai tradire la sua filosofia di vita e senza scendere a compromessi; è un uomo meraviglioso con il quale si può solo avere un rapporto erotico: è inevitabile che si innamori di Socrate».