La rivolta del troppo buono

(...) si ritrova molto nelle battute, scorgo teste che annuiscono agli aneddoti simpatici che racconto. Si ritrovano nell’impiegato buono fregato in ufficio, sul quale alla fine ricade sempre il peso di tutto, nel bambino più buono della scuola. Ribalta il senso del segno distintivo di un modo di essere alla fine è un ribaltamento tragico in cui la bontà diventa quasi un marchio di infamia. È molto attuale».
Insomma fare il buono non le basta più.
«Nella vita ci mancherebbe altro! Mi piacciono i buoni: ma nel mio lavoro mi piacerebbe interpretare qualche personaggio cattivo. Ma non come quelli che si vedono qualche volta in televisione che sembrano tutti fatti con gli stampini. Al contrario io nella mia scuola che si chiama “Percorsi” insegno a entrare nella testa dei personaggi cattivi, per trovare una motivazione, un convincimento delle proprie azioni. E così scopriamo che, nella complessità dell’essere umano, accade anche che, chi pensa di agire bene, può compiere in realtà vere cattiverie Per esempio nel film “La scelta di Sophie” con Maryl Streep la figura dell’ufficiale tedesco che dice alla mamma di scegliere quale dei due figli portare con sé, destinando l’altro a morte quasi certa, deve far riflettere. Magari lui pensava di essere buono perché gliene faceva salvare almeno uno.».
Dia la patente di cattivo e di buono a due personaggi della cronaca.
«La cattiveria la vincono ex equo migliaia di persone. E i buoni... mah, i buoni veri non sono molti».
E tra gli attori?
«Ricordo di aver visto Tino Carraro in scena a teatro: lui che nella vita era un uomo calmo, anche timido, sulla scena si trasformava e diventava una tigre. Indimenticabile».
Qual è la cattiveria peggiore che ha fatto Giulio Scarpati?
«Io sono come tutti i buoni: quando sbrocco è meglio starmi lontano. Lo diciamo anche nello spettacolo: la bontà è una bomba inesplosa. Tutti i buoni mi capiscono».
Lei è già stato allo Stabile di Genova con testi classici. Si tratta di un ritorno dunque.
«Sì e ho bellissimi ricordi. Ho fatto con Sergio Fantoni e Ennio Fantastichini “Purché tutto resti in famiglia”. All’epoca mi facevano fare solo ruoli di bravi innamorati, non ne potevo più... così colsi al volo l’occasione di interpretare al posto di un collega che si ammalò il ruolo di un ragazzo con problemi patologici. Fu la cosa più bella e divertente che riuscii a fare in quel periodo e ne ebbi anche ottimi riscontri. Certo questa volta è diverso il testo è fatto per me e mi ci ritrovo parecchio».