Rivoluzionari snob (e senza popolo)

È rivoluzione di casta, non di popolo. I fatti concreti smentiscono il luogo comune che il berlusconismo sia in balia del vento che nasce dalla pancia del Paese quando le classi sociali più deboli si sentono minacciate e si adoperano quindi per cambiare il proprio futuro. Si tratta piuttosto di un refolo che si è formato, non da ieri, nei salotti mondani, intellettuali, televisivi, e che viene amplificato da un sistema di comunicazione politicamente schierato. L'analisi dei flussi elettorali non lascia dubbi. Elezione dopo elezione i ceti medi e bassi si sono spostati costantemente verso il centrodestra. Nel 2008 (Berlusconi contro Veltroni), è avvenuto il sorpasso del Pdl sul Pd nelle preferenze dei lavoratori dipendenti, sia pubblici che privati (la sinistra mantiene un vantaggio, sempre minore, solo tra gli insegnanti).

L'elettorato operaio è sempre più con Berlusconi e Bossi (58 per cento). Lavoratori autonomi e liberi professionisti restano saldamente a maggioranza centrodestra. Se a questo aggiungiamo che i giovani neo elettori ingrossano più le file del Pdl che quelle del Pd, risulta misterioso tanto allarme sulla imminente caduta della seconda Repubblica per volere popolare. E cresce il sospetto che tanta tensione sia provocata ad arte da una manovra di palazzo, e quindi di potere, che poco ha a che fare con la situazione reale. Del resto, tutti i sondaggi lo confermano: le ondate di fango che periodicamente vengono rovesciate sul premier non spostano le intenzioni di voto degli italiani.

Chi vuole fare una rivoluzione si affida a leader a sé simili. Quando Umberto Bossi iniziò la sua cavalcata destinata a cambiare la faccia della politica italiana non aveva una lira in tasca ed era inseguito dai creditori. Più o meno nelle stesse condizioni erano i leghisti della prima ora. Per questo risultarono credibili quando promisero alla loro gente, quella padana, il riscatto dal giogo economico di Roma ladrona. Poi venne la rivoluzione di Berlusconi, e la borghesia liberale si affidò volentieri all'uomo più ricco d'Italia. Del suo patrimonio il Cavaliere non ha mai fatto mistero, anzi lo ha sempre esibito con vanto, biglietto da visita e garanzia delle sue capacità.

Che la presunta rivolta antiberlusconiana non sia invece cosa seria lo si è capito anche ieri sera guardando «Vieni via con me», ennesimo contenitore Rai di pattume vario ma, ovviamente, d'autore. Come possono interpretare i bisogni della gente uno scrittore miliardario (Saviano), due conduttori televisivi strapagati (Fazio e Littizzetto, due milioni all'anno di reddito a testa), un direttore d'orchestra con la puzza sotto il naso (Abbado), il solito Benigni più furbo che bravo (4 milioni di reddito per sparare battute) e l'immancabile Vendola, comunista da 16mila euro mese? Cosa c'entra gente così con i cassaintegrati, gli alluvionati, i terremotati? I cittadini cercano leader politici credibili e soluzioni concrete.

La sinistra (e Fini) si consegnano, e pure a pagamento, a un gruppetto di miliardari snob, maestri d'arte quanto faziosi. Anche Papa Sisto chiamò alla sua corte Michelangelo ma gli affidò gli affreschi della Cappella, non certo i destini del cristianesimo. Con uno scrittore, comici e ballerini si farà anche ridere ma non si soddisfa nessuna esigenza reale. La sinistra ci aveva già provato con Biagi, Benigni, Luttazzi e Guzzanti, buttati nella mischia elettorale su tutte le reti Rai nelle politiche del 2001. Vinse Berlusconi: prometteva di non alzare le tasse e costruire nuove strade.