La rivoluzione arriva in carretto

I seguaci isolani di Marinetti seppero infondere ai temi tradizionali della loro terra lo scatto della modernità. Un gruppo vivacissimo che oggi viene riscoperto

Forse nulla al mondo è meno futurista di un carretto siciliano. Immobile, arcaico, passatista, nostalgico, «tarlato, corroso dal tempo», come ciò che faceva ribellare i cinque pittori futuristi firmatari del Manifesto dell’11 febbraio 1910: Balla, Boccioni, Carrà, Russolo, Severini. Eppure i futuristi non si fermano alla statica volontà delle parole. Perciò il siciliano Pippo Rizzo riesce a trasformare l’icona del suo passato in una immagine di vitalità e di movimento: smonta il carretto e lo ricompone. Spezza le forme, scompone i colori. Cunei, triangoli, curve. Il cielo diventa un cosmo di raggi, la terra un sussulto di zolle chiare su cui zampetta il cavallo. Chino il conducente, perché si tratta pur sempre di un Ritorno, secondo la teoria boccioniana degli «stati d’animo».
L’acquaiolo, la Mattanza, l’Aranceto, il Pescatore: il corleonese Pippo Rizzo non rinunciò ai temi della sua terra dando loro lo scatto della velocità e della contemporaneità, la spinta di un futuro. Nel 1918 Rizzo fondò a Corleone il circolo «Rinnovamento»; negli anni seguenti, a Roma, conobbe Marinetti, Balla, Prampolini, Bragaglia. Tornato a Palermo iniziò a lavorare con Vittorio Corona e Giovanni Varvaro nel grande studio di vicolo Malfitano, «il centro dei giovani più audaci e vivaci della città». Con la moglie Maria Rizzo aprì una «Casa d’Arte» a Palermo: «Quadri, arazzi, mobilio futurista, sciarpe dipinte, plastica varia, vestiario femminile futurista» si vendono nella fantastica bottega di via Vincenzo da Pavia 51, modellata su quella romana dei Balla.
In Sicilia il Futurismo è colore come in nessun’altra regione. I futuristi furono un drappello attivissimo e compatto che dette vita nuova e presente risposta all’avanguardia che travolgeva senza tradire, aggiungeva senza togliere. «O Siciliani! - aveva invocato il Marinetti del poema l’Aeroplano del Papa, nel 1912 - O voi, che fin dai tempi brumosi notte e giorno lottate con l’ira dei vulcani... Voi mi somigliate, Saraceni d’Italia dal naso possente e ricurvo sulla preda afferrata con forti denti futuristi!».
La mostra «Futurismo in Sicilia», ideata da Francesco Rovella e curata da Anna Maria Ruta, riporta oggi a Taormina l’entusiasmo delle grandi mostre futuriste siciliane: l’esposizione del 1927, giudicata «trionfale» dallo stesso Marinetti, e quella del 1935. I siciliani vi compaiono accanto ai colleghi d’Italia: da Balla a Tato, da Boccioni a Caviglioni a Fillia a Prampolini, a Dottori. Stretti e stipati come nelle loro mostre, i protagonisti del «Gruppo Futurista Siciliano» oggi presenti nelle sale barocche della chiesa del Carmine a Taormina sono Giovanni Varvaro, Giulio D’Anna, Vittorio Corona, Adele Gloria, Mimì Lazzaro, Benedetta (fino al 16 ottobre 2005, catalogo Silvana).
Bruna, bellissima, futurista completa, scrittrice, pittrice, aeropittrice, scenografa, «mia eguale, non discepola», Benedetta Cappa Marinetti fu la risposta vivente al divertito e ironico antifemminismo che Marinetti sbandierava ma non praticava. Le cinque grandi tele con le Sintesi delle comunicazioni, che Benedetta lasciò nella monumentale architettura del Palazzo delle Poste del futurista Angiolo Mazzoni, ne sono un segno evidente. I bozzetti esposti - essendo le tele tuttora in loco - danno la misura della bravura di Benedetta, del profondo rapporto che i Marinetti strinsero con la terra siciliana. Gli spazi si contraggono nelle geometrie per ampliarsi nei cieli e nel mare, lo slancio del dinamismo sfida l’infinita misura dello spazio.
Varvaro è spirito mobile, è ballerino e musicista, nel 1928 si esibì in un frenetico charleston alla presenza di Marinetti ispirandosi al discusso romanzo che costò al fondatore del Movimento un processo per oltraggio al pudore, Mafarka il futurista. Varvaro è lirico e visionario, quanto Giulio D’Anna è materico e cubista. In entrambi la Sicilia rifulge colorata a festa, «colorificio del cielo», diceva Marinetti. Ma sono due disegni a china appesi in una parete di passaggio, a raccontare l’epilogo del Futurismo siciliano. Sono firmati da Renato Guttuso, il giovane allievo di Pippo Rizzo che a diciott’anni esordì alla Seconda mostra del Sindacato fascista. Il Futurismo prende per restituire sempre. Seppe cogliere il colore locale per trasformarlo e lanciarlo, dal cielo alla terra, dall’astrazione di Prampolini al realismo di Guttuso, a quelle stelle a cui Marinetti, «ritto sulla cima del mondo», aveva lanciato la sua sfida.
LA MOSTRA

Futurismo in Sicilia
Chiesa del Carmine, Taormina.
Fino al 16 ottobre.