Una rivoluzione che può portare al bipartitismo

Paolo Armaroli

Giovanni Guzzetta, professore ordinario di Istituzioni di diritto pubblico all’Università di Roma «Tor Vergata», è una sorta di Peppino Calderisi in versione accademica. Come l’ex deputato di Forza Italia, un ingegnere appassionato di ingegneria costituzionale ed elettorale, Guzzetta coltiva da una vita i coriandoli normativi. Col taglia e cuci si possono fare miracoli. È possibile modificare da così a così una legge. Intendiamoci, anche nel diritto costituzionale nulla si crea e nulla si distrugge. Dopo tutto, il Nostro ha scoperto l’acqua calda, visto che in tema di legislazione elettorale questa tecnica è già stata utilizzata nel referendum elettorale del 1993 che relegò in soffitta la proporzionale pura e ci regalò un sistema per tre quarti maggioritario a collegio uninominale. Ma avremmo il vantaggio di disfarci di una legislazione elettorale, una porcata a detta del leghista Calderoli, che non piace più a nessuno.
A ogni modo va dato atto a Guzzetta di aver trovato soluzioni ingegnose. È noto che la legislazione elettorale vigente prevede due categorie di potenziali beneficiari del premio: singole liste o coalizioni di liste. Perciò, a termini di legge, può ben darsi che una singola lista riporti la maggioranza relativa dei seggi. Con il risultato che il premio verrebbe assegnato a essa e non già a una coalizione di liste. Orbene, se vengono espunte le disposizioni relative a queste ultime, il gioco è fatto. Con quali esiti è presto detto.
La nuova disciplina elettorale uscita dal referendum prospettato indurrebbe gli attuali soggetti politici a confluire in due blocchi unitari contrapposti. E il bipolarismo abborracciato che abbiamo davanti agli occhi presumibilmente verrebbe sostituito da un bipartitismo all’inglese. Una rivoluzione bella e buona. Se è vero, com’è vero, che fin dai tempi del Risorgimento abbiamo guardato col naso all’insù al bipartitismo britannico, ma costretti dalla necessità abbiamo percorso altre strade. Prima il Connubio tra Cavour e Rattazzi. Poi il trasformismo di Depretis. E poi... avanti fino al referendum elettorale del 1993. Che ci ha finalmente consegnato chiavi in mano, anche grazie alla discesa in campo di Berlusconi, la democrazia competitiva. Un secondo referendum potrebbe eliminare la facoltà di candidature multiple sia alla Camera sia al Senato, che ha consegnato i destini di un terzo dei parlamentari ai capataz di partito. Perché dall’opzione di quest’ultimi dipende il loro seggio.
Ora, dopo aver anticipato i risultati delle sue ricerche ai colleghi, Guzzetta ha riunito nella Sala del Cenacolo della Camera dei deputati un gran numero di specialisti. Dei congiurati contro una partitocrazia buona a nulla e capace di tutto? Sì e no. Sì, perché non a caso è stato citato Maranini, che considerava la partitocrazia il tiranno senza volto. No, perché Giuliano Amato ha dato il suo autorevole avallo all’iniziativa. Ha premesso di parlare come cattedratico. Ma è pur sempre ministro dell’Interno. L’impressione è che Amato, come il ministro di Franceschiello Liborio Romano, giochi su due tavoli in attesa di come andrà a finire. A riprova che in Italia le rivoluzioni si sono sempre fatte con il beneplacito dei carabinieri. Ma questa a chi gioverà? Favorirebbe la nascita del Partito Democratico e presumibilmente la palma della vittoria. Difatti gli elettori di centrosinistra premiano l’unità e quelli di centrodestra le diversità. Ma l’eterogenesi dei fini è dietro l’angolo, pronta a sparigliare i giochi.
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