Rivoluzione a Cuba: basta salario uguale per tutti

Svolta capitalista di Raul Castro. Il governo: "Chi produrrà di più guadagnerà di più". Aumenti di merito pari al 5% per gli operai e al 30% per i dirigenti

Madrid - «La tendenza era che tutti guadagnassero lo stesso salario, ma questo egualitarismo non è conveniente». La frase deve aver fatto strabuzzare gli occhi a più di un cubano intento a leggere ieri il giornale ufficiale Granma. Chi parlava non era infatti un dissidente, ma il viceministro del Lavoro Carlos Mateu che, con il suo intervento, sembrava voler cancellare d'un colpo un pilastro del marxismo e del sistema che vige sull'isola dall'avvento della rivoluzione comunista nel 1959: il salario uguale per tutti.

Le dichiarazioni non lasciavano però apparentemente adito a dubbi. «Se è nocivo dare a un lavoratore meno di quello che gli spetta, altrettanto nocivo è dargli ciò che non gli spetta», proseguiva Mateu. Nell'articolo il viceministro annuncia poi ufficialmente che da agosto il salario dei lavoratori cubani non sarà più fisso, ma dipenderà dal rendimento sul lavoro e non avrà tetto massimo. «Il lavoratore guadagnerà quello che sarà capace di produrre», spiegava il politico utilizzando un lessico insolito per Cuba.

Per il governo di Raúl Castro la misura servirà a «diminuire il paternalismo» e a stimolare la produttività, che è uno dei problemi dell'economia cubana. Gli aumenti di salario potrebbero aggirarsi attorno a un 5% per i lavoratori comuni e a un 30% per i dirigenti che vedranno migliorare il rendimento dei loro dipendenti, secondo un’analisi della Bbc. Ma in un paese dove la paga mensile è sui 17 dollari al mese (408 pesos) e dove gran parte della spesa dello Stato va in importazioni, è difficile pensare che la misura cambi veramente qualcosa.

Per la dissidenza cubana anche questa apertura di Raúl - succeduto ufficialmente a suo fratello Fidel lo scorso febbraio -, è un'operazione di pura cosmetica. Come è successo settimane fa con la liberalizzazione della vendita dei computer - a cui non è seguita quella dell'accesso a internet -, o del pernottamento negli alberghi per turisti - troppo costosi per qualsiasi cubano -; anche la liberalizzazione dei salari potrebbe rivelarsi una farsa. «In un paese dove non esiste né libero mercato né iniziativa privata, saranno i burocrati a stabilire chi deve guadagnare di più. E loro finiranno per aumentare il salario ai buoni rivoluzionari", assicura a il Giornale Elías Amor, economista della Unión Liberal Cubana, in esilio da anni in Spagna. «Sarà un nuovo sistema di controllo che premierà i filocastristi», spiega il dissidente.

Secondo l'economista, Raúl Castro sta sviluppando delle «liberalizzazioni» che effettivamente rispondono ad una richiesta di maggiore libertà ai cubani, ma che non si traducono in miglioramenti reali della qualità della vita. Dalla caduta del muro di Berlino, l'isola ha sperimentato un'inversione della scala sociale, per cui l'idraulico o il muratore che lavorano in nero sono di fatto molto più ricchi di chirurghi, scienziati, o professionisti che lavorano per lo Stato. Ora quest'ultima «liberalizzazione» rischierebbe addirittura di peggiorare la situazione, provocando l'aumento dell'inflazione, come già successe nel 2005, quando il regime aumentò le pensioni. «I soldi in più saranno spesi subito e questo farà crescere i prezzi nel limitatissimo mercato cubano», congettura Amor.