Dalla rivoluzione di Fiuggi al ripudio del Ventennio. E Fini fondò la nuova destra

Da segretario Msi avvertì: "Rischiamo che dicano di noi: poveracci". Da allora ha sempre imposto scelte coraggiose facendo crescere il partito: l'ingresso al governo, lo sguardo ai moderati, il respiro europeo

Roma - Durare in politica: quanto? E Gianfranco Fini non si nascose sotto falsa modestia. «Tanto - rispose -. Dieci, quindici anni. Magari 25, basta che non si usi... il ventennio». Si era alla fine del ’94, vigilia dei «lavacri di Fiuggi», quando il vecchio Msi si trasformò in Alleanza nazionale. Di acqua n’è passata sotto i ponti, più precisamente siamo a 18 anni di egemonia indiscussa del politico bolognese sulla destra italiana, ma si ha come l’impressione, in queste ore che segnano la nascita di un megapartito di centrodestra, che la sua «lunga marcia» sia ancora lontana dal traguardo finale.

Eppure è proprio lui - più di altri - ad aver rivoltato col tempo il suo partito come e peggio di un calzino, ad avergli fatto ingurgitare scelte difficili e coraggiose, ad aver rivoluzionato a più riprese organigrammi e liste, nonché ad aver chiaramente abiurato molto più di tanti altri il passato remoto e quello prossimo della forza politica che guida, senza oppositori interni che possano davvero contrapporglisi. E pensare che, tornato alla segreteria dopo la parentesi Rauti, nel ’91, si era trovato alle prese col peggior risultato di sempre: uno scheletrico 3,9% alle regionali che faceva presagire il trapasso. «Andai in Comitato centrale - ha ricordato di quei giorni - e dissi senza peli sulla lingua: guardate che corriamo il rischio che tra breve dicano di noi: poveracci! In fondo erano delle brave persone...».

Fu lì che germogliò non solo un nuovo gruppo dirigente di quarantenni - con l’aggiunta di Pinuccio Tatarella -, ma soprattutto la voglia di dare una «scossa» al vecchio Msi. Certo, il caso volle che di lì a poco scoppiasse Mani Pulite con tutto il putiferio che ne seguì e che portò alla tomba la Prima Repubblica. Ma ad onor del vero, Fini già si muoveva a 360 gradi. Contatti col Vaticano, con ambienti industriali e finanziari, col mondo della cultura e dell’arte. Pochi forse ricordano che il 24 aprile del ’93, Francesco Cossiga si trovò a passeggiare per via della Scrofa dove incontrò Fini ed il suo portavoce Francesco Storace: si autoinvitò a prendere il caffè nella loro sede per far sapere loro che riteneva giunto il momento che fossero definitivamente «sdoganati». Poi, in autunno, vennero le elezioni per il Campidoglio, la frase pronunciata da Berlusconi a Bologna («Tra Rutelli e Fini sceglierei Fini») e quel 46% di voti nella capitale che ne fece un protagonista della politica nazionale.

C’era d’esser già soddisfatti, anche perché a breve - col voto del ’94 - i suoi uomini entrarono nelle stanze dei bottoni dalla porta principale, con Gasparri (nominato sottosegretario agli Interni) che rise, assicurando di essere «l’unico missino entrato al Viminale senza voler fare un golpe». Ma Fini ha continuato imperterrito la sua marcia rivoluzionaria. Già nella conferenza programmatica di Verona imbarca uomini e idee che col fascismo hanno poco o nulla a che fare.

Tornato all’opposizione, bacchetta con incredibile severità il gruppo dirigente («La lotta dei colonnelli in An è una lotta intestina per il potere mascherata da confronto ideologico! Bisogna intervenire drasticamente perché lo scontro interno è dettato da personalismi, gelosie ed invidie: un conflitto in puro stile doroteo!») e poi - siamo a dicembre del ’97 - va in tv da Santoro e rompe formalmente con Salò: «Il fascismo è stato un regime totalitario e la condanna non può non estendersi alla sua fine: la Repubblica sociale italiana.

L’antifascismo è stato importante per riportare nel nostro Paese i diritti conculcati. Le persecuzioni antiebraiche sono state una infamia che condanniamo». Parole chiare, concetti nitidi. Qualcuno non ci sta ed esce sbattendo la porta. Ma Fini fa spallucce. La direzione è quella di una destra moderna, democratica, moderata, ferma su alcuni valori (Dio e famiglia, ma senza esagerare sulla patria). Il modello di riferimento, più che la Thatcher o Kohl, sembrerebbe il gollismo. Ma ancora non è finita. Nel 2001, il presidente di An rende omaggio alle vittime della Risiera di San Sabba, unico campo di concentramento situato in Italia nell’ultima guerra. E nel 2003 corona il sogno di essere invitato ufficialmente in Israele. E con la kippah sul capo, s’inginocchia nel mausoleo di Yad Vashem, dicendo poi: «Il fascismo fa parte del male assoluto e le leggi razziali volute dal fascismo furono infami».

Tanti ormai gli spartiacque che lo dividono dal vecchio Msi. E nonostante le defezioni (da Rauti a Storace, passando per la Mussolini), sembra che An non ne risenta più di tanto. L’indice di gradimento personale di Fini, del resto, rimane molto elevato nel corso di tutti questi anni. Anche quando l’uomo potrebbe avere il fianco un po’ scoperto. Non fa troppo rumore il divorzio da Daniela e la liaison con la nuova compagna che lo ha reso padre. Passa rapidamente nel dimenticatoio la «semirissa» con Berlusconi quando questi - qualche mese fa - sceglie San Babila per far sapere che si è stufato di alleati riottosi e ricattatori e che d’ora in poi farà da solo. Non inciampa Fini e prosegue nella sua conversione al centro, come aveva fatto trapelare un paio d’anni fa facendo capire che a livello europeo l’ipotesi cui guardava con interesse era un ingresso nel Partito popolare europeo. A Bruxelles, come a Roma nel ’93, non furon pochi a storcere il naso: «An è figlia del Msi fascista» osservò gelido il gran capo del Ppe, il belga Maertens. Ma Fini fu invitato al congresso romano del partito, e più recentemente ha stretto un rapporto di ferro con Sarkozy, i cui uomini contano non poco a Strasburgo e a Bruxelles.

Ora Fini ha fatto un altro gran passo. Il suo sì ad «un nuovo grande soggetto politico ispirato ai valori del Partito popolare europeo» è scelta di non poco coraggio. In fondo, avrebbe potuto rimanersene al sicuro in An, che una sua percentuale corposa ce l’ha e certo non pareva destinata a soffrire i morsi delle barriere percentuali. E invece, dopo aver ipotizzato un partito unico dal basso - ai tempi delle adunanze di Adornato che ha invece lasciato la compagnia per aderire ad una riluttante Udc - e dopo aver nicchiato a lungo per l’annuncio di Berlusconi di voler procedere con un unico partito o di preferire andar da solo, ecco che Fini torna a mettersi in gioco. E senza esser finito in mezzo a un guado e quindi costretto a scegliere.

Non è scommessa di poco conto. Né è detto che sia vincente, visto che il tutto si terrà assieme grazie al collante Berlusconi. Ma è indubbio che Fini - più dei tanti che militano a sinistra e che oggi smentiscono persino di esser stati comunisti - di strada ne ha fatta parecchia. E di decisioni formali e non di facciata, ne ha prese tante e le ha fatte passare in un partito in cui non è facile avere le mani libere. Rinunciare ad un proprio partito in favore dell’auspicio di contribuire alla nascita di una nuova forza politica non è da tutti. Come del resto son davvero pochissimi in Italia i politici disposti a correre dei rischi.