La rivoluzione di Franco che la Spagna non riesce a dimenticare

Nel primo romanzo tradotto in italiano, «Un sacco d'ossa», un giovane autore spagnolo ritrae il mondo maledetto di un Paese sterminato moralmente oltre che fisicamente dalla guerra civile, dove i massacri hanno inaridito il cuore e i sentimenti quando non hanno troncato la vita umana

Bartomeu Camus è uno delle migliaia di vittime della macelleria di Franco. Siamo nella Spagna che è appena uscita, quanto mai malconcia, dalla guerra civile. Un uomo, che di Bartomeu Camus fu amico fraterno, poche ore prima di spirare consegna al figlio il compito di recuperare quel corpo sotterrato distrattamente ai margini della strada dai feroci aguzzini e dargli adeguata sepoltura. Il giovane, ormai uomo, capace di qualsiasi forma di ipocrisia maturata nel suo animo per il disprezzo verso un'umanità intera, capace di orrori quali la guerra fratricida che insanguinò la penisola iberica fra il 1936 e il 1939 seminando sofferenze e crudeltà, raccoglie le consegne e, dalla legione straniera da dove proviene si dedica ad esaudire il desiderio paterno.
Attraversa così un mondo che gli è estraneo, fatica a stabilire rapporti umani, fatica ad amare. Riconosce e giustifica la propria refrattarietà a ogni ideale proprio per la ripulsa maturata in lui dalle turpitudini commesse da rossi e neri indiscriminatamente e dalla repressione di uomini e donne qualunque, privi di colpe, privi di responsabilità e, ormai, privi anche di speranze. È la Spagna del dopoguerra, quella che si lecca ancora le ferite di una bufera che lascia tracce indelebili di paura nell'animo dei suoi figli. È la Spagna che esce dalle pagine di Lluis Anton Baulenas (Un sacco d'ossa, Il Saggiatore, pp. 347, euro 17), giovane e meritevole autore al suo primo romanzo tradotto in italiano, ma non esordiente nel panorama letterario iberico contemporaneo.
È il racconto della disperata salvezza, cercata quasi con ossessione per restituire a un defunto la sua pace eterna, ma è anche il racconto della rincorsa verso una sponda che garantisca la sopravvivenza a chi è finito nelle spire di quella guerra feroce. I tentativi delle madri di sottrarre i figli a un destino atroce, la disponibilità a qualsiasi compromesso davanti al quale la possibilità di sopravvivere risulta un movente più che giustificabile, mentre la solidarietà crolla e ognuno pensa al proprio mucchio di ossa. Dalle pagine di Baulenas esce un quadro truce, ma reale, una vicenda che potrebbe essere quella di chiunque e non solo del protagonista Gines, lasciato in un orfanotrofio per metterlo a riparo data la tenera età, le ristrettezze economiche e le vane speranze di sopravvivere a quella tragedia da parte dei genitori. Ce la fanno tutti ma papà morirà poco tempo dopo lasciando al figlio quel nobile e amorevole compito di cui si prenderà sulle spalle il pesante fardello.
Toccherà a quel ragazzo spingersi in un ex campo di concentramento dove furono commesse le più turpi brutalità, frugare nelle pieghe degli alberi per ritrovare la mappa che lo spingerà a quella tomba improvvisata dove disseppellire il cadavere di Bartomeu Camus per consentirgli un riposo eterno accanto al proprio padre che lo aveva espresso come suo ultimo desiderio. Pietà e disprezzo si mescolano così fino a convivere fusi insieme in un unico sentimento dove difficilmente si riesce a intuire quale delle due sensazioni riesca a prevalere. È passato ben più di mezzo secolo da allora ma la Spagna torna a fare i conti con un passato mai completamente metabolizzato e lo fa con gli occhi di quella generazione che, bontà sua, quelle vicende non le ha vissute se non nel racconto di nonni e padri. Se non dalle vicende di famiglia, le stesse che entrano ed escono da queste pagine come se fossero accadute ieri, come se le avessimo vissute tutti. Con la stessa ripugnanza che unisce trasversalmente qualsiasi cittadino del mondo verso queste inutili stragi.