Rivoluzione di Hamas: adesso vuole riconoscere Israele

L’Egitto annuncia: c’è la disponibilità degli estremisti. Lo sceicco Abu Teir, numero due dell’organizzazione: «Pronti a trattare se mettono fine alla occupazione e fanno tornare i profughi»

Gian Micalessin

da Tsur Baher (Gerusalemme Est)
La voce gira da un po’. Da quando, almeno, il Partito delle Riforme e del Cambiamento ha presentato il programma. Il suo nome, si sa, è solo fuffa. Una sigla. Un travestimento scelto da Hamas per partecipare alle elezioni palestinesi senza far finire nelle galere israeliane i propri candidati. Ma il programma è un’altra cosa. Con i principi non si scherza. E tra quei principi manca stavolta il primo comandamento, l’imperativo categorico che impone la lotta per la distruzione d’Israele. Da quel giorno le ipotesi su una disponibilità di Hamas a riconoscere Israele e ad avviare trattative si sprecano. A rilanciarle è il ministro degli Esteri egiziano. Ahmed Abul Gheit, un uomo in stretto contatto con l’organizzazione fondamentalista, dà per certi sia il riconoscimento d’Israele, sia l’apertura alla trattativa.
Qui a Tsur Baher, uno sputo di cemento aggrappato alle colline in corsa verso Betlemme appena oltre la frontiera del ’67, le parole del ministro non sollevano tanto scalpore. «Come no, siamo pronti a incominciare anche subito - sghignazza lo sceicco Muhammad Abu Teir con una risata che gli solleva la barba pelliccia svermigliata di rosso hennè -, in cambio Israele deve soltanto garantirci la fine dell’occupazione e il ritorno a casa di tutti i profughi. Prima di impegnarci staremo molto attenti. L’Olp in trent’anni di negoziati ha rinunciato a tutto e quando Arafat ha condannato il terrorismo Israele l’ha ricompensato rioccupando tutta la Cisgiordania. Pensate che il ritiro da Gaza sia stato ottenuto con i negoziati? Noi siamo certi di no e per questo prima di trattare vogliamo garanzie precise». Lo sceicco Muhammad Abu Teir, numero due nelle liste del partito delle Riforme e del Cambiamento dietro a Mahmoud Zahar, capo di Hamas a Gaza, è uscito di carcere da solo sette mesi. Dal ’74 a oggi ha traslocato da una prigione all’altra soggiornando dietro le sbarre per 24 anni abbondanti. Ed è tornato in questa sua casa di Tsur Baher dove i suoi due figli maschi, le cinque femmine e la moglie, non fanno che aspettarlo da una vita.
Pretendete di esser considerati un partito come gli altri, ma Stati Uniti ed Europa non si fidano. Che garanzie offrite?
«Le garanzie le abbiamo già offerte ai palestinesi che ci hanno votato nelle elezioni amministrative. Ci siamo preoccupati dei poveri e dei derelitti, abbiamo gestito scuole e università, abbiamo aperto cliniche e ospedali. Queste garanzie valgono anche per l’Europa e gli Stati Uniti. Se ci darete i vostri soldi questi continueranno a esser spesi bene e a venir destinati all’educazione, all’assistenza sociale e alla sanità. Non li utilizzeremo per comprare le armi, per quelle ci bastano i fondi neri e in tutta la nostra storia i nostri fondi non hanno mai cambiato destinazione. Ma se deciderete di non darci un soldo, attenti a quel che fate. In quel caso nulla cambierà. I vostri soldi continueranno a venir sperperati da personaggi e istituzioni corrotte mentre i poveri e gli emarginati continueranno a bussare alle nostre porte rendendoci ancora più forti».
E gli attentati suicidi restano un’arma legittima?
«Non dovete considerarci come quelli che amano la morte per il gusto della morte. Non siamo quel genere di persone, siamo musulmani che amano Dio, amano la vita e le attribuiscono il più alto significato. Se vogliamo parlare di martirio suicida, come lo chiamo io, allora si chieda chi lo rende necessario... Chi ha invaso la nostra terra, chi uccide i nostri bambini con i bombardamenti, chi porta la situazione alle estreme conseguenze?»
Non svicoli, mi dica se approva le operazioni suicide...
«Il Corano le approva se sono parte di una strategia, non se sono atti insensati. Io preferisco un esercito che combatte contro un altro esercito... ritengo inaccettabile seminare la morte tra la gente comune, ma purtroppo il nostro nemico continua a farlo».
Dunque siete pronti a ricominciare?
«Studiamo la situazione e ci adattiamo. La tregua firmata al Cairo è finita all’inizio del mese, ma noi non abbiamo mosso un dito. Questo non significa che la tregua non possa interrompersi, stiamo semplicemente investendo di più sul versante politico e questo comporta un rallentamento dell’attività militare».
Se vorrete entrare nel governo dovrete patteggiare e accettare i principi di Mahmoud Abbas. Lui ha già detto di non voler rinunciare ai negoziati per la pace.
«Fino ad ora nessuno ha detto di voler entrare nel governo. Attenderemo i risultati, ci consulteremo e decideremo. Mahmoud Abbas quando ha trattato con noi al Cairo lo scorso anno è stato il primo ad ammettere la legittimità della lotta armata. Se lui è preoccupato per la pace sappia che noi continuiamo a essere molto preoccupati per l’occupazione militare del nostro Paese».