LA RIVOLUZIONE DEL KEBAB

Il neo presidente dell’Enit - che sta per Ente Nazionale Italiano per il Turismo, «strumento primario per realizzare le politiche di promozione dell’immagine turistica dell’Italia» - ha fatto scuola. All’inizio dell’estate dichiarò che non vedeva l’ora di partire per le vacanze. In Scandinavia. E che forse avrebbe trascorso qualche giorno anche in patria. Però in barca «perché l’Italia è bella vista dal mare». Stessa musica in casa dei democratici. Veltroni parte per un tour a bordo di una corriera che porta, sulle fiancate, la scritta «Salviamo l’Italia» fermandosi, in prima tappa, a Firenze, dove oggi s’apre la «Festa democratica». Che si svolgerà, come da foglio d’ordine, all’insegna della «contaminazione». Ciò significa che l’aspetto gastronomico di quella che fu la «Festa dell’Unità» e che da sempre rappresenta un po’ il clou della manifestazione, certo quello più apprezzato dai visitatori, risulterà multietnico: salamelle e kebab; lampredotto e cuscus; lambrusco e mojito; piadina e tacos; porchetta e springrolls. Tutto questo in quello che fu il tempio della cucina «del territorio», della tradizione mangereccia popolare, con tutta una serie di cibarie dal nome italianissimo, al massimo dialettale.
Salvare l’Italia cominciando con l’imbastardirne le abitudini alimentari è un’idea che non poteva venire che a Walter Veltroni. Da lunga pezza impegnato, con i suoi I care, i suoi We can, le sue convention, i suoi loft e il suo shadow cabinet, con i suoi Obama e Luther King e Procol Harum, a imbastardire la politica (la sua politica) e a transessualizzare la sinistra con l’evidente intenzione di privare anche l’Italia dell’«identità di genere». Non si tratta solo di vaghezze da mal d’Africa o di infantile voglia d’America, di buonismo etnico e propensioni ecumeniche. Nel suo voler salvare l’Italia snaturandola c’è lo zampino rosso dell’internazionalismo proletario contro il nazionalismo borghese, ci sono le lezioni impartite nelle sezioni del Pci che il giovane Veltroni, anche se nega di esser mai stato comunista, frequentava con tanto di tessera in tasca. Insinuare il kebab nel regno della salamella è, sotto questo punto di vista, una azione militante, come lo è, d’altronde, predicare la manica larga nei confronti dei clandestini che sbarcano a frotte sui nostri lidi. O indignarsi se si vieta ai vuccumprà di vendere le loro carabattole in spiaggia. O urlare al razzismo se s’intende prendere le impronte digitali a zingarelle e zingarelli.
Altro che Berlusconi. Il vero avversario o meglio il vero nemico di questa sgangherata sinistra sono gl’italiani, è l’Italia che così com’è non piace perché tutto sommato ha una spina dorsale, mentre i Veltroni la vorrebbero non dico a loro immagine, ma quasi: flaccida e invertebrata. Resta da vedere se alla Fortezza di Basso il kebab scaccerà davvero la salamella. Se la base apprezzerà la svolta. Da quando è in politica Walter Veltroni, onestamente, non ne ha mai azzeccata una che sia una. Presto sapremo se almeno riuscirà, suadente com’è, a convincere la base, non i «sinceri democratici» ma proprio il popolo della sinistra, a farsi «contaminare» dove la Resistenza è sempre stata più tenace: ai fornelli.
Paolo Granzotto