«Una rivoluzione per l’economia»

da Milano

Michele Vietti, sottosegretario all’Economia, è il “padre” della riforma approvata ieri. Lui stesso l’ha definita rivoluzionaria: perché?
«La vecchia legge del 1942 si basava su una logica punitiva: il fallito andava espulso dal circuito produttivo e la sua impresa veniva fatta a pezzi per soddisfare i creditori. Noi oggi ci troviamo di fronte a un contesto economico, prima che giuridico, diverso. Perciò la crisi d’impresa ha bisogno di essere gestita salvaguardandone il più possibile il valore e cercando di conservare l’utilità per il sistema produttivo. Non solo: dobbiamo creare regole che offrono alternative preventive al fallimento».
In quale modo?
«Abbiamo istituito il concordato preventivo, che rende superflua l’amministrazione controllata. Debitore e creditori fanno un accordo in via stragiudiziale, che viene sottoposto al giudice per una valutazione formale e non di merito. Dopo di che, se va bene alla parti interessate, viene approvato».
Ma se il fallimento avviene?
«Allora, la liquidazione deve essere il più possibile rapida: ed ecco perché abbiamo introdotto il rito camerale. La gestione della liquidazione, poi, è affidata al curatore e al comitato dei creditori, che lavorano, se vogliamo fare un paragone con le società, come amministratore e collegio sindacale. Sono loro che gestiscono e controllano la procedura, e non il giudice, al quale viene invece restituita la sua funzione di arbitro, cioè dirimere le controversie e controllare la legalità. Questo risponde meglio anche alle esigenze dei creditori».
E il debitore, ossia il fallito, come viene considerato?
«Occorre distinguere tra il bancarottiere e l’imprenditore che ha rischiato, come capita nel libero mercato, e gli è andata male, ma è incolpevole, che deve poter rientrare nel circuito produttivo».
A questo serve l’esdebitazione?
«Sì, possiamo considerarla una sorta di indulgenza plenaria nei confronti di chi è fallito senza colpa e ha collaborato durante il procedimento. Inoltre, abbiamo restituito all’imprendtore fallito il diritto di voto, anche perché era in vista una sanzione Ue».
E per quanto riguarda l’impresa?
«Riteniamo prioritario salvarne il valore, evitando che venga spezzata per soddisfare i creditori perdendo quel patrimonio fatto anche di beni immateriali, come l’avviamento e il know-how»
Quanto ha pesato il caso Parmalat?
«È una vicenda completamente diversa, ma ci ha aiutato a capire che non si può fare una legge per ogni impresa che fallisce. Ecco perché abbiamo scelto una legge di sistema».