La «rivoluzione liberale» ha vinto sulla diffidenza dei gerarchi

Una folla mai vista, fatta di persone diverse una dalle altre. Un popolo, uno spaccato d’Italia fatto di gente comune ha invaso Roma per manifestare civilmente, festosamente, intensamente la propria avversione alla politica del Governo Prodi. Dalla Liguria sono giunti in tanti in pullman, in treno, in auto, con l’aereo (i più sfortunati come me)! Tutti sospinti dalla passione per la libertà, per la difesa dei loro diritti, contro il conformismo delle classi agiate e l’arroganza dei poteri forti, dei sindacati, dei «cacicchi» della sinistra di piazza e di governo. A loro, ma a tutti, va il mio grazie di antico liberale. Ho provato grande emozione quando Silvio Berlusconi, ma poi anche Fini e Bossi, hanno, con accenti diversi, ma con la stessa convinzione, affermato che si può davvero parlare di un grande partito liberale di massa, di un grande «partito delle libertà» che è nato a Roma per spontaneo incontro di popolo. Di questo popolo della libertà dovranno tenere conto i partiti alleati della Casa della Libertà per superare le bardature partitiche e partitocratiche che spesso nel nome (o con il pretesto), molte volte, di presunte distanze ideologiche, tendono a cristallizzare nel «particulare» le esperienze e le ansie della gente, la voglia di partecipare, di esprimere consenso o dissenso. Una gioia, per me, sentire Fini affermare che (...)