La «rivoluzione» a luci rosse fa rimpiangere il vecchio Pci

Ho una nostalgia canaglia del vecchio Pci. Oggi che è il ventennale della sua scomparsa, anzi della sua eutanasia, mi prende una struggente, bastarda nostalgia di quel pachiderma rosso, dei suoi simboli, del suo popolo, fiero e illuso, della sua certezza di camminare nel solco della storia, anzi di essere il depositario del progresso e dell’avvenire dell’umanità. Mi intenerisce perfino la durezza dei suoi militanti, la fiera appartenenza ad un mondo migliore, che migliore non era, ma che aveva tuttavia l’orgoglio sfacciato di crederlo.
Vorrà dire qualcosa che la storica sede dove il piccolo Occhetto compì la Grande Svolta, la Bolognina, sia oggi un centro estetico. Qualcuno dirà che centro estetico lo era diventato già quel giorno, con l’operazione di chirurgia facciale del vecchio Pci e il maquillage in Partito democratico della sinistra. O con il passaggio seguente dalla ferraglia di falce e martello alla botanica, con la Quercia. Ma a mio parere il passaggio dall’una all’altra ha un altro valore simbolico: finisce l’epoca dell’ideologia e comincia quella dell’estetica, e non nel senso dannunziano o platonico della parola, ma in quello delle estetiste e dei trans. Si potrebbe ancora maliziosamente dire che nell’89 il Pci perse la faccia, chirurgicamente parlando, vent’anni dopo ha perso chirurgicamente l’organo maschile, dopo la vicenda Marrazzo. Ma sarebbe battuta da caserma e come dice Fini non siamo in una caserma. No, vorrei tornare alla nostalgia del vecchio Pci, il vecchio bestione rosso e minaccioso, con la sua storia che sapeva di grandezza anche nella tragedia, che portava l’afrore del proletariato, il sudore dei fatigatori e della povera gente, le lotte operaie. Io ero sin da bambino dalla parte opposta. La prima volta che vidi un corteo comunista fui scosso perché gridavano contro noi borghesi, minacciavano fiamme e fuoco, bruciavano i copertoni, avevano facce cattive, magari gli stessi che, incontrati da soli, sembravano mansueti e perfino gentili. Esperienza traumatica anche per un fatto personale: mi accorsi di essere miope perché non riuscivo a leggere i loro cartelli minacciosi. Però riconoscevo dignità alla loro militanza, capivo le ragioni dei proletari, ammiravo la loro compattezza quasi militare, li sapevo con le mani sporche solo di terra e fatica, perché erano contadini e operai. Dalle mie parti, a sud, non c’erano stati nemmeno i partigiani; i comunisti della mia terra venivano dalle campagne, dove erano sfruttati e maltrattati, alcuni di loro erano costretti a umilianti museruole per non piluccare l’uva che raccoglievano, erano maltrattati da odiosi caporali, erano costretti a umiliarsi per ottenere la chiamata bracciantile. Insomma, c’erano buoni motivi per essere comunisti con Peppino Di Vittorio. Erano poi, sì atei per ragioni di partito e collettivisti, ma tenevano alla famiglia e alla morale, erano perfino più rozzamente maschilisti e antiomosessuali dei borghesi, avevano sani principi uniti ad arcaici pregiudizi.
E poi la sinistra grandezza di Togliatti e di Gramsci... Quando passavo davanti alla loro sezione, con i loro giornali murali, le loro bacheche, i loro altoparlanti e le loro bandiere, o quando passavo dai loro comizi, dalle loro piazze piene e convinte, mi pareva di varcare una frontiera, di entrare in un’altra nazione, un altro mondo. Allora le differenze non erano territoriali ma ideologiche; però l’ideologia si poteva tagliare col coltello, si avvertiva nell’aria, era davvero un muro, più spesso e reale del Muro di Berlino. Quanto rancore aggressivo era racchiuso in quei pugni chiusi...
Cosa accadde quel giorno alla Bolognina? Che il Pci si suicidò. Dicono che fosse nell’aria da tempo quest’idea. Sarà vero, ma fino a poco prima i leader del Pci prendevano ancora i premi Marx nella Germania comunista o nell’Urss, perfino l’ala destra del Pci con Amendola e Napolitano difendeva il Muro e il Partito Unico sovietico (ci fu un articolo di Napolitano su Rinascita pochi mesi prima della caduta del Muro). Circolavano ancora soldi venuti da Mosca e fervevano traffici intensi tra le coop e i Paesi dell’Est. Cosa venne al posto del Pci? Era l’89 e Occhetto, i giornali della sinistra, l’Espresso in testa, si misero a celebrare la Rivoluzione francese, di cui rivendicarono l’eredità, buttando a mare l’eredità del comunismo. Questo, lo accennavo qualche giorno fa, volle dire due cose: la sinistra si liberava dal comunismo che rappresentava la rivoluzione proletaria e il primato della classe operaia e si metteva sull’onda di una rivoluzione borghese, che trasformò la base stessa della sinistra da partito proletario in partito borghese, radicale e neo-illuminista, dove la classe docente prese il posto della classe operaia. Dall’altra parte, evocare la rivoluzione francese significa anche evocare il fantasma giacobino. La sinistra, dopo il comunismo, subirà il fascino feroce del giacobinismo, diventerà forcaiola, anche se il suo Robespierre verrà da Montenero di Bisaccia. Del passato cosa salvò il partito di Occhetto? L’antifascismo, che aveva legittimato il Pci nella democrazia italiana e che aveva indotto gli altri partiti a riconoscere il suo ruolo centrale nella Resistenza. Non a caso la svolta di Occhetto non fu annunziata tra i giovani della sinistra ma in un raduno di vecchi partigiani a Bologna. Ecco la sinistra di oggi, radical-borghese, giacobina e antifascista (ma in versione moderata rispetto all’antifascismo finiano). Tutt’oggi quando si parla dell’orrore del Muro, tutti, da Occhetto a Napolitano, da Veltroni a D’Alema, lo riconducono al «nazifascismo» per non dire la verità, che quel Muro era figlio del comunismo, cioè della loro storia e della loro vecchia ideologia.
Ma ora che al posto delle bandiere rosse ci sono i lettini per i massaggi e al posto delle falci e martelli le lampade abbronzanti, ora che i partigiani hanno lasciato il posto alle sciampiste, lasciate che io ricordi con un moto perverso di affetto il vecchio Pci. Quando depongo la ragione e dimentico la storia, arrivo perfino a nutrire nostalgia e tenerezza. Perciò domani, che Occhetto e Fassino andranno a piantare la loro targa ricordo alla Bolognina, divenuta beauty fitness, osserverò un minuto di raccoglimento. Poi, per riprendermi da questo buonismo da libro Cuore, aggiungerò con perfidia: se la sinistra di oggi mi fa rimpiangere perfino il Pci, vuol dire che è messa proprio male...