La rivoluzione della piazza

Vale la pena ritornare sulla proposta lanciata qualche giorno fa da Gianfranco Fini: il centrodestra scenda in piazza contro un governo che non dialoga ma prevarica. È un'ipotesi su cui dovrebbe riflettere, e anche presto se è possibile, l'intero stato maggiore della Casa delle libertà. Spesso le soluzioni ai problemi provengono da strade laterali e impensate, e il non detto della sortita finiana, metabolizzato a dovere, può portare ossigeno al dibattito sulle manovre dell'opposizione, e soprattutto sul futuro di quella metà abbondante d'Italia che continua a riconoscersi nel centrodestra. Facciamo un passo indietro e ritorniamo all'ultima campagna elettorale, una delle più strane e inaspettate nell'esito che la storia repubblicana ricordi.
Mai come nei mesi che intercorrono tra le primarie preconfezionate che hanno cercato di dare sprint alla candidatura di Romano Prodi e la notte del 10 aprile si sono fronteggiati due schieramenti eterogenei nella loro composizione sociale. Da un parte un succo concentrato di apparati di mobilitazione, il centrosinistra di partiti più sindacati più pezzi di società in mobilitazione; e dall'altra parte una «coalizione liquida», la Casa delle libertà, un cocktail di cui nessuno conosceva bene gli ingredienti. Privo di fisionomia. Carente nella visibilità pubblica. Le clamorose toppe collezionate dai sondaggisti non sono arrivate a caso, perché quella dell'elettorato di centrodestra s'è rivelata una gigantesca mobilitazione di individui, al di fuori del controllo dei tradizionali agenti della rappresentanza politica, i partiti, ma anche esterna a quei soggetti sociali - vedi i sindacati - che soprattutto nel centrosinistra costituiscono una specie di seconda linea dei partiti.
Tantissimi elettori della Casa delle libertà hanno deciso di recarsi al voto all'ultimo momento, anche sulla scia di scelte puramente emotive. E le cose sono andate come sappiamo: i leader del centrodestra si sono ritrovati ancora in mano la rappresentanza di un imponente blocco sociale. Un'armata senza divise che i primi cento giorni di neoprodismo stanno rafforzando e non sfarinando, come qualche politologo avventato aveva previsto all'indomani del voto. Per questo, oggi più che mai, è opportuno scindere la riflessione sulla condotta parlamentare della Casa delle libertà - se e quanto fare ostruzionismo alla prossima finanziaria, se e quanto dimostrare un atteggiamento responsabile in politica estera - da ciò che nel frattempo sta accadendo nella società italiana. Le recenti proteste delle categorie bersagliate dal decreto Bersani, alcune inaspettatamente rabbiose come nel caso degli avvocati e dei farmacisti, come pure le più banali chiacchiere sotto l'ombrellone, segnalano che il «popolo di centrodestra», a prescindere dalla volontà della sua classe dirigente, chiede di portare in piazza l'opposizione al governo.
Di fronte c'è un governo i cui ministri, per sopperire alla caduta libera della popolarità, si sono inventati portabandiera di minoranze agguerrite: Mastella che brinda con i beneficiati dell'indulto, Ferrero che propone di sovvenzionare il traghettamento dei clandestini, Amato che ribalta la tradizione italiana di acquisizione della cittadinanza, riducendola a un pasticcio amministrativo. Il collage di queste azioni dovrebbe assicurare qualche consenso in più all'Unione? Forse. Di certo sta facendo imbestialire la maggioranza degli italiani. In questo caso è fuori luogo la solita osservazione che, per composizione sociale e per vocazione, l'elettore di Forza Italia, Alleanza nazionale, Lega (ma anche Udc, con buona pace di qualche moderato trattativista a oltranza) prova fastidio per la mobilitazione organizzata. Se ce n'è bisogno, e questo significa organizzare autobus, arrivare a Roma, partecipare a marce sbandieranti e comizi vocianti, lo si fa punto e basta. Per un giorno il professionista rinvia le pratiche e la casalinga le faccende di casa, il commerciante chiude bottega, l'artigiano posa gli attrezzi per un giorno: fatto eccezionale, ma alla bisogna possibile. Possibilissimo.
Tanti ricorderanno l'oceanica manifestazione organizzata alla fine del 1996 contro la prima finanziaria del primo governo Prodi, milioni di cittadini che riversarono la rabbia della protesta fiscale profanando piazza San Giovanni, il tempio degli happening di Cgil Cisl e Uil. Quando cominciò il comizio di Silvio Berlusconi e degli altri leader del centrodestra una buona parte del corteo doveva ancora partire da Piazza della Repubblica. Un oceano di gente. Per chi ha la memoria corta e difficoltà in aritmetica, quell'evento rappresenta numericamente il più grande esempio di mobilitazione politica della Seconda Repubblica, più dei primi maggio, dei venticinque aprile, dei circhi massimi. Perché, allora, non si comincia a ragionare seriamente sull'ipotesi di replicarlo? Visto che i numeri hanno un potere evocativo, cadremmo giusto nel decennale di quella che, all'epoca, il mensile «Area» definì la «rivolta dei ceti medi». Gli effetti positivi sarebbero molteplici: passare dalla mobilitazione di individui alla pubblica apparizione di un blocco sociale organizzato; sottrarre all'Unione e alle sue ramificazioni sociali il monopolio delle manifestazioni di massa, divenuto assoluto perlomeno negli ultimi anni; dimostrare che i venti milioni di preferenze ricevuti ad aprile dal centrodestra non sono un raffreddore primaverile ma un'aggregazione che sa promuovere i suoi interessi e dedicare tempo e risorse per difendere la propria visione della politica; stimolare la classe dirigente della Casa delle libertà a passare dalla lotta in trincea alla guerra di posizione, e a non isterilirsi dietro le discussioni e i gossip in politichese su leadership e partiti unici. Altrimenti, c'è il rischio che l'impazienza del ceto medio, definibile senza tanti fronzoli «rivoluzionaria», lasci il posto alla noia. O, peggio, all'accusa di eccessivo attendismo rivolta ai propri rappresentanti politici.