Rivoluzione sul ring Restare dilettante è il vero professionismo

Il ct Damiani dà ragione a Cammarelle: «Così porta a casa 5.000 euro al mese. Se fa il salto, è dura trovare una borsa»

nostro inviato a Pechino

Sei pugili, tre medaglie. Se non è un miracolo, poco ci manca. La boxe olimpica italiana esce resuscitata e con un futuro, forse dietro le spalle. La spedizione italiana ha trovato il jolly proprio nei pugili: attesi da conferme (Cammarelle e Russo l’anno scorso hanno vinto il mondiale, Picardi e Valentino sono andati in medaglia) i nostri hanno concesso replica di successo in un torneo più completo di quello mondiale (dove mancavano i cubani), ma scarso nei valori assoluti. Boxe olimpica, e non boxe soltanto, perché quella imposta ai dilettanti è solo un tiro al bersaglio, una partita di boccette dove il boccino è la faccia. È un pugilato snaturato, manca tutto il contorno delle qualità che portano a colpire e vincere. Quindi non è detto che un campione olimpico possa essere anche un ottimo pugile. Al contrario di quanto succedeva tempo fa. Tanto per citare: da Cassius Clay a Benvenuti, da Laszlo Papp a Sugar Ray Leonard.
In questa boxe-mitraglia Roberto Cammarelle è stato davvero campione: tra semifinale e finale ha miscelato potenza del pugno e tecnica ad uso e consumo delle macchinette segnapunti. Russo molto meno. Picardi ha unito la sua bravura tecnica allo stato di necessità. Valentino ha fatto il pugile ed infatti è uscito presto. Ecco dunque che il miracolo va inquadrato sotto diversi aspetti. L’Italia ha aggiornato il medagliere, ora le medaglie sono 44, 15 delle quali d’oro, trovando avversari di minor qualità rispetto a edizioni del passato. E ha goduto di alcune coincidenze. Cuba, caso raro, non ha vinto alcun oro (in compenso Cina e Mongolia li hanno vinti per la prima volta), la sua pattuglia non aveva grandi talenti ed è stata massacrata (almeno in due semifinali) dal killerismo dei giudici. Gli americani continuano nello stato di crisi: non vincono ori dal 1992 (Oscar De La Hoya) e stavolta si sono limitati a un timido bronzo con uno spilungone, ex giocatore di basket, Deontay Wilder, avversario di Russo in semifinale, emblema della depressione della loro boxe. Ma il cuore del miracolo sta forse in un altro aspetto: oggi in Italia val più restare dilettante che passare professionista. Anni fa, una buona Olimpiade permetteva di ottenere sbocchi anche economici fra i prof. «Oggi conviene fermarsi fra i dilettanti: tra premi, rimborsi spese e stipendi dei gruppi militari, uno porta a casa dai 3.500 ai 5.000 euro al mese. E, finanziariamente, sta più tranquillo di un professionista che deve attender mesi per guadagnarsi una borsa e un match». L’analisi è di Francesco Damiani, oggi ct, che ha vissuto il professionismo delle buone borse. La conferma è venuta dalle parole di Cammarelle. «Resto ancora un anno poi smetto: qui sto meglio in tutto». Stessa idea espressa da Vincenzo Picardi, che pur fa parte di una famiglia pugilistica. E così Clemente Russo, l’unico che aveva fatto un pensiero al professionismo: «Avevo buone proposte, ma dovevo vincere l’oro. Così tutto rischia di svanire. Meglio restare con i dilettanti dove ho delle certezze». Oggi, per un prof italiano, le proposte di guadagno arrivano solo dall’estero. Bisogna essere pugili con la valigia, non più protetti come una volta.
Invece i dilettanti godono dell’occhio di riguardo della federazione. La tranquillità economica fa il resto: ovvero possibilità di allenarsi con i migliori e pensare solo ai pugni, non ai problemi di bilancio. Cammarelle addirittura ha preso casa ad Assisi, vicino al centro federale. Se lo può permettere. Da professionista, forse, avrebbe dovuto cercarsi un secondo lavoro.