Rizzo accusa Pisapia e compagni per gli «amici» assunti in Comune

LAVORO AI MILITANTI Una lettera di fuoco. Il presidente del Consiglio comunale scrive a sindaco, giunta e staff e li bacchetta: «Noi diversi per qualche unità in meno? E come spiegare che non sono privilegi?»

Il tema sono i privilegi della casta, stavolta comunale. Il ritornello è l’italico motto per cui le regole (e il rigore, e la sobrietà) si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici. (Almeno) a questa logica si sottrae ora il comunista tutto d’un pezzo Basilio Rizzo, oggi presidente del Consiglio comunale dopo una lunga carriera sui banchi dell’opposizione. Rizzo ha preso carta e penna e ha scritto alla giunta, al sindaco e ai suoi massimi collaboratori (direttore, capo di gabinetto, «braccio destro»). Con la cordialità dovuta fra compagni di avventura politico-elettorale, ma senza tanti riguardi o infingimenti, avverte: cari amici facciamola finita con queste assunzioni degli amici, altrimenti con quale coraggio parliamo di equità e raccontiamo la storiella per cui siamo diversi da chi amministrava prima? Le parole ovviamente non sono queste, ma il senso della missiva non è affatto lontano da questa stringatissima sintesi.
L’antefatto è un lungo elenco di «amici» politici, sostenitori, militanti e dirigenti politici locali assunti in uffici vari dopo la vittoria elettorale di maggio e l’insediamento della nuova amministrazione comunale. Una pratica molto criticata a sinistra, quello dello spoil system, e che a molti (anche elettori di Giuliano Pisapia) è parsa tradire la promessa di una svolta. «Premiare il merito, valorizzare le risorse interne». Questo era l’impegno, di cui ora si è perso traccia. Il «collocamento politico» ha lavorato alla grande, con l’ottima giustificazione di un «rapporto fiduciario» fra l’amministratore (l’organo di direzione politica) e il collaboratore. Si va dal coordinatore dell’Officina per Pisapia, alle brillanti militanti della campagna arancione, dal promotore del laboratorio democratico all’esponente della Sinistra democratica. Per non parlare delle nomine, ovviamente targatissime.
Il problema è che alcuni degli esponenti della attuale amministrazione si erano scagliati con roboanti accuse contro la giunta di Letizia Moratti, proprio per le assunzioni e le consulenze, immancabilmente definite «d’oro» o peggio. Lo stesso Rizzo, per esempio, era il firmatario dell’esposto che fece aprire fascicoli e imbastire procedimenti in procura (finito con l’archiviazione) e alla Corte dei conti (l’esito è stato una condanna). Non poteva far finta di niente, dunque, e non l’ha fatto. Così ha scritto a Pisapia per manifestare il suo «disagio per il proseguire delle assunzioni ex articolo 90»: «Non sono così naif da non capire che in determinate funzioni sia indispensabile avvalersi di persone di fiducia», premette Rizzo, ma poi avverte: «Sono convinto che un progetto che vuol essere vincente (...) deve saper conquistare e arruolare fra il personale esistente chi lo veicoli». Poi la metafora calcistica: «Buon allenatore è chi, arrivando, plasma la squadra a partire dalla rosa», e non chi fa «pesca sul mercato», «con l’unico scopo di irritare lo spogliatoio e dividerlo». «Le persone prese saranno tutte capaci, meritevoli» - aggiunge - e «noi (me compreso) abbiamo una sorta di debito di riconoscenza per quanto fatto», ma «come facciamo - chiede Rizzo - a far percepire ad altri che il modo con quel diritto al lavoro oggi è stato raggiunto appartenga alla categoria dell’equità sociale e non in qualche modo del privilegio?». «Noi - avverte ancora il presidente del Consiglio - noi siamo e non possiamo essere come gli altri (e vi prego non ditemi che siamo diversi per qualche unità in meno di assunzioni!)».