Rizzo, l’ex pugile che si batte per finire sempre sui giornali

Tre volte deputato nazionale, oggi parlamentare europeo, il quarantasettenne Marco Rizzo si reputa un uomo fortunato. Lo è. A Strasburgo incassa 30mila euro mensili, anche se sostiene di versarne due terzi al partito, quello dei Comunisti italiani. Il fatto però che ammetta la buona sorte - lo ripete spesso - testimonia che ha i piedi per terra. Tuttavia, tra le pieghe di questa ragionevolezza si cela una follia.
Avendo raggiunto più di quanto non si aspettasse, Rizzo pensa di non avere più niente da perdere. Perciò, strafà. Travolge le regole del bon ton e parla sboccato. Se ne infischia della decenza ideologica e inneggia al comunismo che è al di là della decenza. Ha perfino calpestato il codice commettendo un mostruoso parricidio la cui efferatezza ha annichilito il mondo politico italiano che pure conosce turpitudini neroniane. Ma prima di illustrare il delitto, cerchiamo di essere educati almeno noi e presentiamo questo tipaccio da cronaca nera.
Marco lo conoscete tutti perché appare in tv con la frequenza di tutti i colonnelli dell’Aeronautica messi insieme. È quello con la pelata lucida come un elmo prussiano e un’impressionante somiglianza con Mussolini giovane, ma doppio per altezza e stazza. Tuttavia, per correttezza antifascista, gli hanno dato l’ovvio soprannome di “compagno Kojak”, dal noto tenente. Accorgimento che a Rizzo non fa né caldo, né freddo. Lui detesta i borghesi, non necessariamente i fascisti. Anzi, se ruspanti come Ciccio Storace, li ha pure in simpatia. A Marco piace il mondo schietto delle osterie, delle plebi in canottiera, della bevuta virile fino a stramazzare. Aborre i salotti, ma si vanta di saperli frequentare. Ha un glorioso passato di pugile dilettante, prosecuzione naturale della sua giovanile appartenenza al servizio d’ordine dei movimenti extraparlamentari dell’estrema sinistra. Negli anni ’70, sbraitava con i compagni per le vie di Torino, sua città natale, imbattendosi spesso nel grissinesco Piero Fassino alla testa del corteo rivale della Fgci, la gioventù comunista. «Fassino!» gridavano Marco e i suoi. Piero si voltava e gli altri in coro: «Lungo e cretino» e giù botte.
Oltre alla boxe, Marco tira con l’arco, disciplina che esalta il suo aspetto circasso. Quando distende i bicipiti per scagliare la freccia, Rizzo è magnifico. Non desta sorpresa perciò che piaccia enormemente alle donne e rimorchi come un dannato. Non bastano le dita di mani e piedi di un plotone di arcieri per enumerare le sue conquiste a Montecitorio.
Conobbe sua moglie in modo contorto. In una fabbrica occupata, agganciò una ragazza. Andarono insieme a sentire un concerto rock e sugli spalti fecero l’amore. Qualche tempo dopo, Marco sposò la migliore amica della fanciulla. Perciò, in fatto di donne, dice di sé: «Sono un delinquente abituale». Divorziato da tempo, vive con una signora spiccicata all’attrice Stefania Rocca. I giornali - ignari della circostanza - scrivono spesso: «Rizzo è stato visto con Stefania Rocca» e lui ci gode un mondo, ringalluzzito.
Ora che lo conosciamo meglio, torniamo al parricidio. Marco è stato un fedelissimo di Armando Cossutta. Si conobbero lasciando il Pci, diventato Pds, per fondare, con Fausto Bertinotti, Rifondazione comunista nel ’91. Marco, che - come avrete capito - è un duro, faceva per Cossutta il lavoro sporco della politica: trucchi, sgambetti, defenestrazioni. Tra loro si stabilì un affetto filiale, cementato dalla comune ottusità: nostalgia per l’Urss, devozione a Lenin, fiducia nell’eternità del comunismo. All’unisono, ruppero nel ’98 col “traditore” Bertinotti che aveva tolto l’appoggio al governo Prodi I. Uscirono da Rc e fondarono, con Oliviero Diliberto, il Pdci. Nel terzetto, unito da un fiero odio per Fausto, tutto filò liscio per alcuni anni, nonostante qualche irritazione verso l’ottantenne Cossutta che esagerava in nepotismo. Aveva imposto come deputato la figlia Maura, infilava per ogni dove il figlio Dario, reclamava spazio per altri.
Alla vigilia delle “europee” del 2004, Marco decise di candidarsi nella stessa circoscrizione di Armando. Spiegò subito che non voleva rivaleggiare col babbo elettivo, ma solo fargli da traino. Cossutta invece si insospettì e cominciò a falciare l’erba sotto i piedoni del pupillo. Fece rimpicciolire i manifesti elettorali di Rizzo per diminuirne la visibilità e gli tese dei trappoloni, tipo spedirlo a fare comizi dove non trovava nessuno ad ascoltarlo. Ce lo vedete voi un boxeur con la faccia del Duce, per di più arciere e sciupafemmine, che inghiotte senza reagire? Col piffero. Marco infatti si infuriò di brutto e puntò davvero al seggio. L’Armando fu travolto. Conclusione: il figlio a Strasburgo, il padre trombato. Il parricidio - eseguito da Rizzo e seguito con compiacimento di Diliberto - fu completato nel 2006 col rifiuto del partito di ricandidare Cossutta alle politiche. Sull’abbrivio, fu defenestrata anche Maura. Liberato dalla dinastia, il Pdci ebbe un discreto successo elettorale, attestandosi al 2,2 per cento.
Liquidato il vecchio, restava Bertinotti, che Marco aborriva perché «non è comunista» pur guidando un partito, Rc, che porta il nome di comunista. Un’intollerabile usurpazione, ai suoi occhi di inguaribile leninista. Rizzo non ha tralasciato occasione per denunciare l’inganno. «Bertinotti ha rinunciato a Marx, per stare dentro il recinto del capitalismo», «È un conformista del pensiero unico», e così via. Quando Fausto all’inizio di quest’anno ha scelto «la non violenza integrale», Marco è sbottato: «Adesso, a 70 anni (nella foga gli ha affibbiato tre anni di più, ndr), scopre Gandhi? Ma siamo davvero sicuri che sia più attuale di Marx? Più di Lenin? Ma vaaaa!».
Da qualche tempo, Marco si è però calmato. Incerti sul futuro - in vista anche di uno sbarramento elettorale - sia lui che Diliberto si sono riavvicinati a Bertinotti mostrando interesse per la sua “Sinistra europea”. Se son rose.
Kojak ha uno spettacolare rapporto con la stampa. È sempre disponibile. Se un giornalista non sa che scrivere va da lui e il “pezzo” è fatto. «Dimmi che ti serve», fa Marco. Quello butta lì la cosa più assurda e Rizzo si presta. «Berlusconi è meglio di Prodi», ha per esempio detto in una di queste circostanze. Così, si conquista paginate di giornali. Marco è chiamato “Quattro righe” per l'astuta abitudine domenicale di dettare, appunto, quattro righe alle agenzie. Le studia provocatorie abbastanza - per ipotesi: «Stalin come Gesù», «Bin Laden meglio di Bush», o viceversa - da farsele riprendere sui giornali dell’indomani. Seguono nei giorni successivi interviste in cui fa sapienti retromarce o introduce un’altra provocazione che riaccende l’interesse su di lui fino al week-end. E la domenica, ricomincia.
Pur capacissimo di fare da sé, Marco si era concesso il lusso di assumere una portavoce, Monica Macchioni. Il rapporto durò qualche tempo, poi Monica di punto in bianco diventò portavoce di Lorenzo Cesa, segretario Udc. La giravolta di 180 gradi, suscitò illazioni. La più diffusa: Rizzo, se lo conosci, scappi. Lui ha invece commentato serafico: «Ho costruito un prodotto (la Macchioni, ndr) che sta sul mercato».
Marco - che è stato magazziniere, ma si è laureato - è cresciuto alla periferia di Torino in un alloggio di 43 metri. Dormiva in uno di quei letti d’emergenza che si tirano giù la sera e si richiudono al mattino. «Quindi - ha spiegato - mi sono trovato naturalmente a essere comunista». Da ragazzo aveva i capelli biondi a caschetto. Un giorno si rasò e si guardò allo specchio. «Però!» disse, piacendosi. E non se li fece più ricrescere, anche perché cominciava a perderli. La madre cercò invano di arrestarne la caduta col rosso d’uovo sul cranio. Sconfitta, lo portò dal dermatologo che fu brutale: «A 22 anni, sarai calvo». Era genetico, perché già il padre aveva la testa liscia come un paracarro.
Il babbo, comunista e operaio Fiat, ebbe sul figlio un’influenza fondamentale. «Era uomo mite», lo ha descritto Marco che portò due esempi della sua mitezza. Una sera del ’76 arrivò a casa stanchissimo ma disse: «Stappiamo una bottiglia». Voleva brindare perché avevano sparato alle gambe di un capo al quale aveva insegnato il mestiere e che poi, arruffianandosi i superiori, lo aveva scavalcato. Un’altra volta - tormentato da un sorvegliante che lo spiava anche in bagno perché non trasgredisse il divieto di fumare - «la fece sul giornale. Quando il capo infilò la testa nel cesso - ha raccontato con eleganza Marco - gli spiaccicò la merda in faccia». Kojak ama il linguaggio scatologico. Volendo dimostrare la sua sensibilità ecologista ha detto: «Se tutti i cinesi e gli indiani si pulissero il sedere con la carta igienica, la foresta amazzonica sparirebbe».
È il suo modo patetico di richiamarsi alle origine proletarie, irrimediabilmente cancellate dai 30mila scudi mensili di Bruxelles.