La road map del traballante Bersani:le primarie, poi l'alleanza con Casini

Il segretario del Pd detta l'agenda al centrosinistra per traghettare la coalizione alle prossime elezioni: prima le nomina del leader, poi l'alleanza con i centristi. Ma non fa i conti con le mine interne ed esterne al partito. Renzi scalpita per farlo fuori e Grillo gli ruba sempre più voti

La road map tracciata da Pierluigi Bersani? Prima le primarie, poi l'alleanza con l'Udc di Pier Ferdinando Casini. Sente già la vittoria in pugno e punta a traghettare l'intero centrosinistra sotto la sua leadership senza nemmeno mettere in conto che, al di là delle continue frizioni con gli alleati Antonio Di Pietro e Nichi Vendola, le fratture con i rottamatori guidati dal sindaco Matteo Renzi, che sogna un Big bang che azzeri i brontosauri del partito, e i trentenni democratici, che premono per una svolta nella politica economica di via del Nazareno, possano essere un problema.

"Io ci sono, e non in quanto c’è scritto nello statuto del Pd. Il candidato deve essere espressione di un partito che fa una scelta, che si confronta con primarie di coalizione". Prima un'intervista sul Messaggero, poi una comparsata a Radio anch'io. Peggio del prezzemolo, il segretario del Pd spinge per una rottura: non vuole che il premier Silvio Berlusconi porti a termine la legislatura nel 2013 e chiede a più riprese le dimissioni. E guarda alle elezioni confermando la propria intenzione di candidarsi alle primarie del centrosinistra. Una volta scelto il leader, Bersani propone alla coalizione di stringere una alleanza con i centristi. Non è un'idea del tutto peregrina. Lo stesso Vendola ha parlato di una certa "simpatia" per Casini. Tutto è possibile, un altro conto se si parla di programma. Perché il leader Idv l'ha ripetuto più e più volte: prima il programma, poi le alleanze. Ma su questo Bersani sembra non sentire.

"Al di là delle simpatie personali, la parola d’ordine del prossimo giro è ricostruzione - spiega il segretario pd - mettere mano a una legislatura costituente con una decina di riforme serie". Per
questo, Bersani ha in mente "uno schieramento ampio, una convergenza forte", per "andare al di là delle barriere tra diversi". Quello che ha in mente è "un centrosinistra credibile come forza di governo e un centro che faccia i conti con il populismo". Un patto di legislatura, insomma. Ma il programma? Bersani parla di cinque o sei punti senza, però, elencarli. Il segretario del Partito democratico la fa facile, ma fa i conti senza l'oste. Perché, anche se gli riuscisse di imbarcare parte del Terzo Polo (l'Api di Francesco Rutelli non farebbe altro che tornare a casa, l'Udc e iul Fli invece getterebbero finalmente la maschera), i problemi rimarrebbero. Ci sono infatti forze implosive che minano, dall'interno, la credibilità di Bersani. Matteo Renzi e Beppe Civati, tanto per fare due nomi. Il Big bang della Leopolda rischia davvero di spaccare il Pd con un lacerazione che segnerebbe profondamente il distacco tra la nuova generazione e i papaveri rinsecchiti. Tanto che il sindaco di Firenze avverte: "Chi volesse blindare le primarie in un confronto tra Bersani, Di Pietro e Vendola commetterebbe il più classico degli autogol".

Ma i problemi di Bersani non si fermano ai rottamatori guidati da Renzi. Le Regioni in Molise hanno dato un assaggio al Partito democratico del rischio chiamato Beppe Grillo. C'è, infatti, una ricerca Swg realizzata per l'Espresso in cui appare chiaro che Bersani dormirà tutt'altro che sonni tranquilli. "Il dato nazionale del Movimento 5 Stelle - si legge sul settimanale - oggi è valutabile attorno al 5,5 per cento, più o meno il risultato ottenuto dal candidato grillino in Molise". Insomma, quasi il doppio rispetto a quel 2,9 che il partito del comico genovese valeva nell'aprile 2009. Secondo i ricercatori dell'istituto triestino, inoltre, "il potenziale politico attuale è destinato sicuramente a consolidarsi".

Rotte le uova nel paniere? Pare proprio di sì. Perché quello "spirito di Vasto" tanto decantato ieri dal governatore della Puglia non può più fare i conti solo sui i tre leader inossidabili. In tempi di anti politica e indignati, poi, la lotta si fa ancora più dura. D'altra parte Vendola lo sa: "Le primarie non sono un conorso di bellezza".