Roberto e Roberto di nuovo uniti. Ma solo sul palco

Le divisioni nella Lega sono invenzioni dei giornalisti: non ci fosse stato l’annuncio del rilancio secessionistico, sarebbe stata questa la parola d’ordine della Festa dei popoli padani. Rotture, spaccature, «cerchio magico» contro «maroniani», base leghista contro le «mollezze romane» cui si starebbero abituando i parlamentari del Carroccio: balle, «stronzate». Dal palco lo ripetono tutti, da Umberto Bossi in giù. I giornalisti sono quasi peggio dei no global che sabato a Venezia si sono scontrati con le forze dell’ordine.
In realtà le cose non filano così lisce. Ed è Roberto Calderoli, ministro per la Semplificazione normativa, a sancirlo dal palco. «Voglio tirare le orecchie - esclama a un certo punto - a chi è più realista del re e più bossiano di Bossi. A me questi stanno sulle balle. Poi spunta il genio politico di qualcuno che dice: bisogna far di qui, bisogna far di là... E trovano spazio sui giornali perché cantano fuori dal coro. A questi dico che se non c’era Bossi, non c’era né la Lega e nemmeno loro. Sulla prima camicia verde del ’96 c’era scritto “Fratelli sul libero suol” e non “Fratelli coltelli”. Quando c’è da candidare qualcuno sono lì con le orecchie basse e una volta eletti dicono “io rappresento le istituzioni”».
I destinatari della scomunica si riconoscono facilmente: sono i numerosi amministratori vicini al ministro Maroni, tra cui i sindaci Tosi (Verona) e Fontana (Varese), preoccupati per i tagli finanziari agli enti locali. Calderoli li aveva già attaccati quando qualcuno di loro aveva appoggiato l’idea della patrimoniale nella manovra. Ma ieri l’invettiva ha assunto toni apocalittici: «Polvere sei e polvere ritornerai. Senza Bossi nessuno di noi sarebbe un cazzo. La gente quando vota mette la croce sullo spadone di Alberto da Giussano, non sullo spadino di chi fa quattro cosette da qualche parte in Italia».
Il primo ad allinearsi è stato proprio Roberto Maroni, che non solo ha rispolverato l’Inno alla Padania letto da Bossi nel 1996 esaltandone la «poesia», ma sul palco ha voluto al fianco Calderoli, «un grande lavoratore che non si ferma nemmeno di notte». Tra loro due, ha ripetuto Maroni, non ci sono divisioni. Probabilmente la resa dei conti è soltanto rinviata.
I sintomi di insofferenza sono diffusi nel partito. Gli organizzatori ieri hanno calcolato 50mila presenti a Venezia, ma alle forze dell’ordine ne risulta assai meno della metà. Qualche fischio si è levato quando ha parlato Rosi Mauro, vicepresidente del Senato e simbolo della ristrettissima cerchia che circonda Bossi. Su un cartello era disegnata una spina elettrica staccata dal muro: la fine che dovrebbe fare il governo. Uno striscione di Gallarate è stato innalzato fino a coprire la finestra da cui pendeva un tricolore: la casa della signora Lucia Massarotto, protagonista in passato di vivaci scambi con Bossi. Ieri il drappo è stato esposto dal figlio, che indossava una maglietta con il volto di Che Guevara.
Altre bandiere sventolavano lungo la Riva degli Schiavoni e nelle calli vicine. Hanno fatto innervosire il governatore veneto, Luca Zaia: «Chi mette la bandiera compri i bot».
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