Roberto Saviano, l’eroe perfetto dell’Italia veltroniana

Veramente disgustoso il discorso fatto da Saviano sul Nord, la Lega e la mafia. Ma lasciamo che continui a ripetere simili scemenze: chissà come reagiranno gli elettori, specialmente quelli del Nord! E mi lasci fare una considerazione «estetica»: ma lei ha visto che faccia ha l’autore di Gomorra? Non mi piacerebbe per niente incontrarlo in una strada poco illuminata. Certo, non è colpa sua. Ciascuno ha la faccia che ha, cioè quella che la natura gli ha dato. Sono convinto che il brillante narratore sia una persona irreprensibile. Ma non è curioso che fisicamente somigli tanto ai suoi peggiori personaggi? Non so quale futuro avrà come scrittore, ma certamente ne ha uno come attore, e non mi stupirei se, prima o poi, ricevesse proposte da qualche cineasta del genere mafia-camorra.
Perugia

D’accordissimo con lei, caro Badiali. Lasciamola dire, lasciamola fare la compagnia di giro dello smanceroso Fazio. Tutto fieno in cascina, per noi. E nel momento migliore, proprio quando, con le elezioni che bussano alla porta, sia Bersani sia Nichino Vendola si propongono di «sfondare al Nord». Lavorare per il re di Prussia, questo fanno i tribuni di Vieni via con me e dunque perché distrarli? Quanto alle sue osservazioni sul sembiante di Roberto Saviano, mi permetta di dissentire: non è che ciascuno ha la faccia che ha. Mai stato così. Ciascuno ha la faccia che si merita. Saviano ha quella lì, sottolineata da una zucca alla Lothar e da una barba alla Brecht. Niente di che: le zucche alla Lothar e le barbe alla Brecht le trovi per ogni dove, fra i politici e i furbetti del quartierino, i camorristi e i seminaristi, i giornalisti e i gigolò, i calciatori e gli shampisti. Non sono più, zucca pelata e barba di tre giorni, un segno distintivo (dell’intellettuale militante e macerato), si limitano a certificare il conformismo fisiognomico, la predisposizione al gregge. Ci sarebbe poi lo sguardo. Quello di Saviano è sfuggente. A Fazio piace così e siccome deve piacere a lui e non a noi, amen.
Non so se, come lei prefigura, caro Badiali, quel talento lo porterà a Hollywood, però è vero che Saviano interpreta da divo consumato le sue parti in commedia. Quella del «giornalista martire» (che è come dire l’«eroe civile», due stereotipi nazionalpopolari di grande successo) tutto un lamento per i sacrifici immani di chi è costretto a vivere sotto scorta (il Palazzo e i Poteri Forti sono tutti sotto scorta. Mai sentita una lamentela). La migliore che ha detto al riguardo è che la scorta gli ruba la giovinezza. Una manfrina, va da sé, di quelle rubricate dai napoletani al capitolo «chiagni e fotti» perché senza scorta Saviano non potrebbe essere l’«eroe civile» che è. Per cui se l’è sempre tenuta stretta e guai a chi osa dubitare che il canagliume camorrista sia, da anni e col coltello fra i denti, alla sua caccia. Ottima anche l’interpretazione del “madonno pellegrino” dell’«Italia migliore», del «Paese che noi vogliamo». Dell’oracolo di quella sinistra affetta da languorismo veltroniano e incantata dalla «narrazione» di Nichino Vendola, percorsa dai frissons girotondini e manettari, giuliva di abbeverarsi al fontanile culturale, porcaccione e guardone dei repubblicones. Elevato fra nuvole d’incenso a Vate, Roberto Saviano ci ha messo niente a scoprire - buon per lui, chapeau - quanto redditizio sia militare fra i professionisti dell’antimafia. Espressione non benevola coniata da Leonardo Sciascia, non da Calderoli o Borghezio, per descrivere persone «dedite all’eroismo che non costa nulla e che i milanesi, dopo le cinque giornate, denominarono “eroi della sesta”». Beh, che il cielo ce lo conservi così, eroe (della sesta) e Gran Gomorro almeno fino al giorno delle elezioni che tanto si impegna per farci vincere (non mi permetto di dar consigli, ma se dopo la panzana del nord camorrista rivelasse - Saviano è capace di tutto - che il boss Antonio Iovine latitava a Villa Certosa dormendo nel lettone di Putin sarebbe mica male...)
Paolo Granzotto