Robi Zonca, il bluesman scoperto dall’America

Centinaia di radio negli Stati Uniti trasmettono le sue composizioni

Antonio Lodetti

Nemo propheta in patria è un motto che ben si attaglia a Robi Zonca. Chitarrista, bluesman moderno ma con un piede ben piantato nelle radici, con il suo sound tonico ed arioso ha conquistato prima l’America. Là i suoi due album Do You Know e il recentissimo You Already Know vanno fortissimo e le sue canzoni sono programmate regolarmente da centinaia di radio, così come i suoi concerti sono all’ordine del giorno.
Da noi è conosciuto dalla ristretta cerchia degli appassionati della musica del diavolo, ma comincia (grazie all’appeal di Do You Already Know) a farsi conoscere anche da noi. Le sue composizioni partono dal blues per avvitarsi nei territori del soul, del rock, del pop e del funky.
Domani sera le potremo ascoltare al Nidaba Theatre di via Gola 12, dove Zonca si esibisce con la sua inseparabile band prima di partire per Los Angeles, dove inciderà un nuovo cd.
L’America terra promessa?
«Sono molto felice di essere apprezzato nella terra dove è nato il blues. L’America è molto più preparata al mio stile, ma ora voglio sfondare anche in Italia».
Dove è da sempre nel giro del blues.
«Mi ha scoperto a Parigi l’armonicista Andy J. Forest con cui ho suonato a lungo, e poi ho lavorato con tutti: Fabio Treves, Guido Toffoletti, Cooper Terry, Arthur Miles, e sono stato in tournée con Ginger Baker, il mitico batterista dei Cream».
Ha collaborato anche con Mia Martini.
«Naturalmente non era un’artista blues ma, quando cantava esprimeva emozione allo stato puro. Roba da far accapponare la pelle».
Un disco da poco uscito ed è già pronto a pubblicarne un altro.
«Sono molto carico in questo periodo. Venerdì parto per Los Angeles, dove inciderò le mie nuove composizioni con Bernard Purdie, che tra l’altro fu il batterista di Aretha Franklin, e con Jimmy e Jerry Vivino, chitarrista e sassofonista molto noti nel mondo del blues bianco».
Cos’è il blues per lei?
«È un modo di esprimersi che viene dall’anima».
Qualcuno dice che il suo blues è poco canonico.
«Per me è un complimento. Non si può passare la vita ad imitare i grandi della musica nera; bisogna provare a rinnovarla, a proiettarla nell’attualità e nel proprio contesto sociale. Io lo faccio con grande cura per la melodia; tenendo presente che i miei grandi maestri sono Muddy Waters, John Lee Hooker,Buddy Guy ma anche i Beatles. Dai loro primi singoli ho imparato tanto».
Oltre che chitarrista è anche bassista.
«Suono la chitarra pensando più all’atmosfera che al virtuosismo; insomma poche note ma buone. Il basso è stato il mio primo strumento; lo suonavo sotto il metro a Parigi. Un giorno si fermò ad ascoltarmi Ron Carter e lo convinsi a darmi lezioni di contrabbasso. Una grande esperienza».