Un Robin Hood di Romagna sadico e criminale

Era come se si fossero divisi i compiti. Giuseppe Mazzini, cacciato Pio IX e fondata la Repubblica, signoreggiava a Roma, capitale dello Stato pontificio. Il Nostro invece si era riservato la Romagna e combatteva i papalini nel lembo nord dello Stato, in perfetta sintonia coi repubblicani romani. Erano i mesi tra il 1848 e il 1849, quando in tutta Europa scoppiavano rivoluzioni, da Parigi a Budapest, e gli spiriti più accesi trovavano il clima adatto per le loro passioni.
Il ventiquattrenne ebbe fin da piccolo grandi progetti, nonostante l’umiltà delle origini. Figlio di Gerolamo, un onesto traghettatore del fiume Lamone, si era subito distinto per indocilità dai suoi nove fratelli. Considerata la miseria contadina sotto l’incapace regime pontificio, la famiglia viveva in relativa agiatezza. Possedeva una mica di terra, una casa e una stalla. Gerolamo aveva mandato a scuola i cinque maschi, trovando difficoltà solo con l’ultimo, Stefano, detto Stuvanè: il Nostro, appunto. Per incoraggiarlo a studiare, il babbo gli regalò un’asina in groppa alla quale il discolo andava a Cotignola, dov’era la scuola. Il dono non migliorò il suo profitto, ma ne attizzò la fantasia. Il giovanetto, munita di una punta di ferro una verga, spronava a sangue la povera bestiola, arrivando a scuola al galoppo come un cavaliere sul destriero. Ma un ciuco restava un ciuco e quegli ingressi, anziché ammirazione, suscitavano risa. «Un giorno vedrete», diceva tra sé Stuvanè impermalito.
Ma prima di quel giorno, ne arrivò un altro in cui l’asina, stanca della frusta, morse duramente il braccio del padroncino. Un mese dopo, la ferita continuava a suppurare. Il padre decise allora di portare il figlio a Riolo per tentare di sanargli il braccio coi bagni. Riolo era un rinomato luogo di cura per nobili e possidenti. Stuvanè vide per la prima volta mani curate da cui spuntavano, copiosi, ducati e scudi. Capì cosa voleva dalla vita: i soldi. Anzi, i soldi di quelle persone, secondo un giusto criterio redistributivo. Anche così nasce un rivoluzionario.
Fu il ’48 a dare la carica a Stuvanè. Con una sua banda di guerrieri si diede alla caccia degli sbirri pontifici e dei benestanti che parteggiavano per il papa. Sconfisse truppe, fece strabilianti imboscate, occupò da trionfatore borghi e città: Bagnara, Cotignola (dove lo avevano preso in giro da ragazzo per l’asina), Castel Guelfo, Brisighella, Forlimpopoli. Campagne vittoriose a ripetizione che mandavano in visibilio i contadini poveri e aureolarono di leggenda il Nostro. Si sparse il mito che a spingerlo all’azione fosse lo strazio per un amore infelice, la persecuzione di un prete malvagio e così via. La sua fama valicò i confini. Garibaldi, che era a New York, scrisse a un amico: «Le notizie di quell’uomo sono stupende. Fa prodigi. Noi baceremmo i piedi di questo bravo italiano che non paventa, in questi tempi di generale paura, di sfidare i dominatori». Circolava anche un libro a firma di Stuvanè, con istruzioni per la gioventù perché si unisse ai moti patriottici. Ma la firma era fasulla e pure il resto era frutto di un colossale equivoco. Se invece di abboccare, Garibaldi si fosse informato...
Stuvanè era un ceffo che accettava anche omicidi su commissione. Il brigante Gasparetta gli chiese di uccidere il delatore Mignani. Il Nostro colpì costui con una fucilata, badando a non ucciderlo. Lo legò poi con dei complici a una scala, trasportandolo al cimitero di Granarolo. Qui, uno gli dette una coltellata alla schiena, in segno di sfregio, un altro gli tagliò la carotide come a un maiale. Stuvanè si incaricò di smembrarlo con l’accetta: gambe, braccia, genitali, testa. Poi lasciarono il busto al cimitero con un pugnale infilato nello sterno e disseminarono gli altri resti per le vie cittadine. Una gamba fu appesa, come voto blasfemo, davanti a un pilastro consacrato alla Vergine.
Anche le cosiddette «occupazioni» delle città, di cui favoleggiava il popolino e giunte come musica all’orecchio dell’Eroe dei due Mondi, altro non erano che razzie. I briganti di Stuvanè, con la complicità di gendarmi corrotti che aprivano le porte delle mura, penetravano nei paesi sul fare della notte. Con le liste dei possidenti e i loro indirizzi procurati da spie, i banditi irrompevano nelle case e ne uscivano all’alba col bottino, lasciando scie di morti. L’attacco a Forlimpopoli fu fatto mentre gran parte dei cittadini era a teatro. Quando si aprì il sipario, anziché gli attori, c’erano Stuvanè e i suoi con gli schioppi spianati verso la platea. Fu chiamato il trombonista a leggere la lista dei possidenti. Questi, alla pronuncia del loro nome, erano costretti a lasciare la poltrona e a scortare in casa gruppi di briganti che uccidevano e rubavano. Tra le famiglie così derubate, quella del futuro grande culinario Pellegrino Artusi, la cui sorella, Gertrude, impazzì per lo spavento e passò il resto dei suoi giorni in manicomio.
Tornato l’ordine dopo la sbornia della Repubblica mazziniana, il ventisettenne fu braccato e ucciso dai gendarmi. Sepolto lui in terra sconsacrata nel cimitero della Certosa di Bologna, resta viva la sua ambigua leggenda.
Chi era?