Rocca, un Tomba casa e famiglia

Con buona pace di un’Italia che ama le iperboli e dei commentatori targati Rai, per i quali qualsiasi persona che scii in coppa è un campione, la cosa più giusta, scritta o detta su Giorgio Rocca in queste settimane magiche, è apparsa su un dispaccio dell’agenzia Reuters: «A quiet family man», un tranquillo uomo di famiglia. E tale è rimasto anche oggi che vince in slalom con una disarmante serenità e superiorità sia tecnica sia mentale.
Il mondo di Rocca è quanto di più lontano ci possa essere dal mondo di Tomba. In comune hanno, con la divisa dei carabinieri, la specialità preferita, lo slalom, per il resto vivono agli antipodi. Giorgio appartiene alla metà taciturna e raziocinante del mondo, quella popolata dai Thoeni e dagli Zurbriggen, Alberto alla metà ciarliera e istintiva come Pierino Gros o Bode Miller. Il valtellinese ha un sito tutto puntato sull’agonismo, il nome della moglie Tania vi appare quasi di sfuggita (ad esempio perché il portentoso marito va ghiotto delle sue lasagne), il bolognese infiocchetta il suo con il capitolo dedicato alla «Dolce vita» che precisa non essere quella dei paparazzi felliniani, ma siamo lì a livello di sostanza.
È bello confrontare i loro primi trent’anni: Rocca li ha compiuti l’agosto scorso, Tomba si ritirò nel marzo ’98 a trentuno. Bello perché ora che le due carriere procedono parallele, balza evidente come arrivino a sovrapporsi partendo da angoli lontanissimi. A quell’età Alberto, prima medaglia iridata a vent’anni, primo oro olimpico a ventuno, sciava per dimostrare che riusciva a fermare il tempo, Giorgio è come se avesse passato anni e anni a mettere a posto ogni dettaglio, ogni tessera di un mosaico immenso come i sogni più dolci, per passare poi all’incasso.
A.T. aveva una sciata spettacolare. Certi giorni di forma assoluta capivi che avrebbe vinto, soprattutto lo capivano gli avversari, da come riempiva con la sua figura il gabbiotto del via. Giorgio annichilisce con la serenità e la sicurezza, sembra uno scacchista che rumina nella mente migliaia di mosse e che, quando finalmente muove, dà scacco matto. Inutile mettere sulla bilancia quello che hanno vinto. Rocca non potrà mai vantare un palmarès pari, ma Tomba non avrebbe insistito con le delusioni e gli infortuni per vincere la prima gara di coppa a ventisette anni; avrebbe mollato prima. E in questa tenacia, in questo non arrendersi, in questa storia di uomo tranquillo, c’è una grandezza sconosciuta all’emiliano. La carriera di Rocca è racchiusa in una gara il 25 febbraio, l’elefante che ha deciso di passare per la cruna di un ago. A cinque cerchi.