A Roccagrimalda il museo delle maschere, belle da far paura

Tutto ebbe inizio con la lachera, rituale danza in maschera celebrata ogni anno a Roccagrimalda (Alessandria) per ricordare la ribellione popolare contro il signorotto locale che pretendeva di esercitare lo jus primae noctis. Poi, sulla spinta del Laboratorio Etno-antropologico già esistente nell’antico borgo appartenuto ai Grimaldi e poi ai Savoia, nel 2000 nacque il Museo della Maschera. Qui si possono rivivere le suggestioni provocate da un centinaio di arcaiche acconciature provenienti da numerose regioni italiane oltre che da Francia, Croazia, Belgio e Romania. Manichini dai costumi sgargianti orpellati di nastri, fiocchi, campanelli, lustrini e frange che sussultavano nei cadenzati balli; oppure abbigliati di rozze pelli e pesanti campanacci, come nel celebre Mamuthone sardo e nell’Uomo-cervo del Volturno.
La sala delle maschere locali contempla il raffinato Lacché con maschera nera e scialle a frange, cui fa seguito il ceruleo Trapulin, sorta di domatore dal copricapo multicolore, lo Zuavo, portatore di salami e caciotte, o il Bebè della lachera, dal sorriso beffardo, corna caprine e grandi orecchie che sembra personificare quel disordine e licenziosità consentite nel carnevale di ogni tempo. Ma poco più in là ci si imbatte nell’Uomo-albero di Murazzano, lo spirito del bosco che pare materializzatosi dalla trilogia di Tolkien, inteso a simboleggiare il patto con la natura. Il viaggio si conclude con le rozze e tetre maschere lignee mediante le quali i contadini romeni intendevano allontanare gli eventi climatici dannosi: digrignando i denti, facendo boccacce o assumendo l’aspetto di voraci orsi.