"Rocchini gli spianò la strada Tonino per premio lo scaricò"

Ex dirigente del movimento: "L’ex Pm è un
opportunista che spreme
chi gli è vicino e lo molla
quando non gli serve più"
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Per due anni ha seguito il vento impetuoso di Mani pulite e per due anni Piero Rocchini era l’interfaccia di Antonio Di Pietro. «Il suo altoparlante, il suo ambasciatore, il suo portavoce», spiega Gaetano Ferrieri. «Poi un bel giorno Di Pietro lo ha scaricato per scendere direttamente in campo, con l’Italia dei valori». Ferrieri è un agente immobiliare col pallino della politica. Vive a Venezia, a Venezia negli anni Novanta aveva fondato un suo movimento, giacobino fin dal nome: Comitato di salute pubblica. E dal suo osservatorio veneziano ha vissuto l’incubazione del Di Pietro politico. Ferrieri è stato un militante entusiasta, poi la delusione ha spazzato via l’ingenuità e la spontaneità dei primi tempi e ora il suo giudizio è durissimo: «Di Pietro è un opportunista, uno che si muove fra ambiguità, furbizie e piccoli-grandi misteri, uno che spreme chi gli è vicino e poi lo scarica in un attimo». Il periodo del manipulitismo va, per Ferrieri, grossomodo dal ’96 al ’98. E passa attraverso Piero Rocchini. «Io avevo creato il mio movimento a Venezia e volevo rinnovare la politica. Svecchiarla, portare uomini nuovi, non compromessi, senza scheletri negli armadi. Da uomo di destra speravo che Di Pietro, uscito dalla magistratura alla fine del ’94, scendesse in campo. Gli avevo già mandato alcuni fax». Poi nel ’96 ecco che Rocchini fonda il movimento Mani pulite. «Per una paio d’anni, Rocchini si è mosso su e giù per l’Italia come una trottola sempre per conto di Di Pietro». Qual era il rapporto fra i due? Difficile ricostruirlo, ma quello che i discepoli vedevano nelle assemblee, spesso affollatissime, era rassicurante: Di Pietro stava nelle retrovie, ufficialmente nessuno poteva scommettere sul suo impegno in politica, ma intanto Rocchini gli preparava il terreno, teneva comizi, apriva sezioni, esportava per la penisola il marchio Mani pulite. Un’operazione di merchandising molto promettente. «Confluii nella lista Mani pulite e ne diventai dirigente a Venezia. Di Pietro non si vedeva mai, ma era evidente che Rocchini si muoveva con il suo consenso. Del resto nessuno fa il giro d’Italia dicendo di rappresentare qualcun altro se non ha ricevuto un preciso mandato. O almeno ha concordato la strategia». Certo, si può sempre prendere in considerazione l’ipotesi di un Rocchini millantatore, un Rocchini che sfruttava l’immagine dell’ex Pm, ma il ragionamento fa acqua. E per Ferrieri è semplicemente assurdo: «Di Pietro l’avrebbe sconfessato nel giro di cinque minuti, invece gli faceva comodo. Eccome. Rocchini parlava sempre a nome suo, spesso davanti a platee di centinaia di persone. Ricordo ad esempio quella volta in cui Rocchini lanciò il movimento Mani pulite in Veneto, ci ritrovammo in tanti a Martellago. Rocchini sventolava dei fax di saluto di Di Pietro, ricordo benissimo la firma dell’ex Pm. Del resto non si capisce perché avrebbe dovuto architettare complotti del genere alle spalle dell’ex magistrato. Non sta in piedi». Così per mesi. Così per anni, sempre seguendo il vento impetuoso del rinnovamento. Sempre aspettando l’ingresso nell’arena della politica del Tonino nazionale. «Ricordo un’altra volta in cui Rocchini arrivò all’appuntamento con tre ore di ritardo e ci spiegò che era stato a Curno, a casa di Di Pietro, poi sulla strada aveva bucato una gomma e aveva perso ore. Un’altra volta, credo nel corso di un comizio, raccontò di quella volta in cui era andato in Australia insieme con Di Pietro, non so se per una serie di consulenze o di conferenze o altro ancora». Finché sulla scena irrompe Giorgio Panto, l’industriale ed editore scomparso in un incidente qualche anno fa. «Panto non sopportava i rituali della vecchia politica e puntava sul cavallo Di Pietro. Ma Rocchini faceva da tappo, chiedeva soldi per il movimento, non organizzava mai l’incontro con Di Pietro a cui l’industriale teneva molto». Così Panto avvia un’indagine riservata su Rocchini e scopre che è stato coinvolto nelle inchieste sulla destra eversiva in Veneto. «Panto mi girò quelle carte e io una mattina, credo alla fine del ’97, mandai un appunto per fax alla segreteria di Di Pietro all’Università di Castellanza, dove lui insegnava. Dopo pochi minuti, fatto insolito, Di Pietro mi chiese i documenti che gli inviai. A quel punto Rocchini sparì dalla circolazione. Di botto. Qualche mese dopo, a marzo ’98 ci ritrovammo a Sansepolcro per la fondazione dell’Italia dei valori. Eravamo trecento, tutti reduci del movimento Mani pulite. Tutti tranne Rocchini che di quell’esperienza era stato l’anima. Di Pietro l’aveva abbandonato al suo destino e aveva deciso di fare il grande salto, in prima persona. Ma io ormai avevo capito che non potevo fidarmi dell’ex Pm. Ancora qualche mese e lasciai l’Italia dei valori. Senza alcun rimpianto».