Rochus Misch, l’ultimo «testimone» di Hitler

Al Kolno’a Festival il lavoro che ricostruisce le ultime ore del Fuhrer

Ariela Piattelli

Si definisce «artista della memoria» Yael Katz Ben Shalom, la regista israeliana che ieri ha presentato in anteprima al Roma Kolno’a Festival (Casa del Cinema) il suo documentario The Last Witness (L’ultimo testimone). Ed è proprio la memoria, insieme all’oblio, ad essere al centro della sua opera, nella quale Yael ascolta la testimonianza di Rochus Misch, un anziano signore, che è stato assistente, telefonista e guardia del corpo di Adolf Hitler. Ciò che ha spinto «l’artista della memoria» a girare questo straordinario documentario è stata la volontà di approfondire, di lavorare sulla sua identità, sia ebraica sia israeliana. «Il mio film mette in luce il meccanismo della malvagità, insieme alle sue varie rappresentazioni - spiega la regista -. Lavoro anche in Germania, alcuni amici mi hanno parlato di Misch e quindi ho deciso di girare questo documentario su di lui».
Oggi Misch, l’ultimo testimone appunto, vive a Berlino, mostra le vecchie fotografie del dittatore insieme ad Eva Braun e Goebbles, parla degli ultimi giorni vissuti accanto ad Hitler nel bunker. Questo signore sembra un uomo comune, come tanti altri, e racconta la sua storia acriticamente con toni pacati. E mentre il suo racconto non può che evocare la banalità del male teorizzata da Hannah Arendt, gli fa da controcanto quello di sua figlia Brigitta, «la voce critica» del documentario. «Durante l’intervista Rochus Misch mi ha detto di avere una figlia. Quando sono andata da lei - racconta Yael - Brigitta mi ha confessato di essere ebrea (sua madre era di religione ebraica ndr), e che sua nonna per salvarli (dalla Shoah) li aveva fatti registrare come protestanti».
Brigitta non ha un buon rapporto con suo padre, ha conosciuto suo marito (anche lui ebreo) in Israele, e i suoi figli hanno frequentato le scuole ebraiche. Misch, attorno al quale ruotano due figure ambigue, una domestica e un pittore che filtra le sue interviste, non vuole sentir parlare di origini ebraiche. «Raccontare questa storia per me è stata una missione - dice Yael -, Brigitta ha vissuto per anni nell’ambiguità, perché non diceva agli altri di essere la figlia di Misch, né rivelava la sua identità ebraica. The Last Witness ha permesso a Brigitta di intraprendere un percorso importante, un processo sulla sua identità». La figlia di Misch, quando ha presentato in Israele insieme a Yael il documentario, ha rivelato il suo rimpianto di non aver chiesto di più a suo padre, di non avergli fatto domande a sufficienza su ciò che era accaduto, perché dopo più di sessant’anni oltre alle ferite restano aperte anche importanti domande. Riguardo alla storia di Rochus Misch, conclude Yael «si è trattato soltanto del destino di un soldato o si può parlare di una responsabilità personale?».