Rock e libri: l’ultima sfida tra Beatles e Rolling Stones

Escono in contemporanea due volumi pieni di foto e inediti che ripercorrono la storia delle band

Cesare G. Romana

da Milano

Chiedi a Keith Richards che genere di rock ami ascoltare, e il chitarrista dei Rolling Stones ti risponderà: «Rock? Bach, semmai». È così che ci si scava una nicchia nel terreno sempreverde della classicità, e infatti eccoli ancora, Beatles e Stones, il fantasma degli uni e l’icona viaggiante degli altri, contendersi l’immaginario giovanile con la verve che la legge capovolta del rock concede ai grandi vecchi. Forti anche del fatto che, insegnava Brel, «ci vuole talento, per essere vecchi ma non adulti».
Ora, i Beatles si sono sciolti da un quarto di secolo, due di essi sono morti e a rinverdire il mito, magari con album alquanto scipiti, ci prova ogni tanto Paul McCartney. Fatica superflua: i miti autentici sopravvivono anche alle fotocopie sbiadite. Quanto agli Stones, il nuovo tour sarà l’11 luglio a San Siro, forte d’un nuovo album pervaso dall’attualità indistruttibile della classicità.
Intanto, tra gli eterni rivali s’accende una nuova sfida. Non più sonora, ma letteraria. Non più tra le educate melodie dei Fab Four e la sympathy for the devil dei loro antagonisti. Ma tra due libri che degli uni e degli altri illustrano la gavetta, la carriera e la vita privata, grazie alla testimonianza di foto, ricordi, lacerti d’interviste e di film.
Centinaia sono le immagini che Mark Hayward, con i commenti di Keith Badman, ha stipato in I Beatles mai visti (Rizzoli): dai primi scatti di Lennon scolaro alle istantanee del dopo Beatles, dalla festa parrocchiale in cui John conobbe McCartney agli esordi al Cavern, ai tour, alle vacanze, alle mogli, alle amanti. Ecco Macca ragazzo che sega il tronco d’un albero, Lennon con la madre Julia, ispiratrice dell’omonimo brano, e con la zia Mimì, il suo primo autoritratto fotografico, con i calzoncini e lo sguardo già miope. Poi gli anni on the road, il successo che lievita, McCartney che annuncia: «Non andremo in America, se non come numeri uno». E le foto con Marlene Dietrich e con Sylvie Vartan, poi con Patti Boyd che sposerà George Harrison e ispirerà Layla a Eric Clapton. E l’incontro con la regina che nominerà i Fab Four cavalieri dell’impero britannico - «Fu il nostro primo grande sputtanamento», dirà Lennon -, e quello con due re, Elvis e Dylan. Fino allo scioglimento e alla libertà: «Paul lascia i Beatles», annunciò il Daily Mirror. «Macché - obbiettò McCartney - sono stati i Beatles a lasciare i Beatles». E John: «Ne avevamo abbastanza, avremmo dovuto smetterla prima».
Insomma, un fiume d’immagini emblematiche e di altre insignificanti, alcune bellissime altre sfuocate, com’è del resto nel saliscendi dell’esistenza. Mentre, sull’altro fronte, esce According to The Rolling Stones (Mondadori), dove Dora Loewenstein e Philip Dodd, con l’aiuto di Carlie Watts e con la traduzione di Riccardo Bertoncelli e Franco Zanetti, dipingono con interviste ed immagini l’epopea della più grande rock-band di tutti i tempi. Ché se il rock è figlio diletto delle «loro sataniche maestà», bastano i visi corrucciati di Richards, Jagger, Wood e Watts, nella foto che apre il volume, a darci il senso visivo d’un modo di essere, e di creare, che non ha mai cessato di «preservare il suo nervoso dinamismo», grazie a «una tensione che, come una banda elastica che non si logora mai, lancia gli Stones sempre oltre».
Anche qui, ecco Jagger bambino con sombrero e chitarra, e già una consapevolezza: «La musica non comunica attraverso parole specifiche. Comunica emozioni, se ce l’hai nelle ossa». Poi eccoli, gli Stones, ai piedi del grande bluesman Howlin’ Wolf, o con i coniugi Lennon vestiti da clown. Appaiono un Richards ragazzo con la faccia già da malandrino, il viso enigmatico di Brian Jones, Jagger ventenne con ghigno impunito e parrucca femminea, e mentre dà lezione di canto a Marianne Faithfull, disinibita «ex alunna delle suore». Non basta? C’è Mick con Tina Turner, poi con Bob Marley e Peter Tosh, Elton John, Paul McCartney e Andy Warhol, che ne firma un inquietante ritratto. E Ron Wood con John Belushi, e tutti i fotogrammi d’una «jazz band mascherata da gruppo rock», dice Richards. Approdata al Duemila con le facce rugose avvizzite dal tempo, e col cuore che, d’invecchiare, non vuol saperne.