Tra rock e romanzo popolare ecco i ragazzi di Cocciante

«Giulietta e Romeo» al Vaillant Palace da venerdì a domenica

«Sono loro la luce più bella dello spettacolo», parola di Riccardo Cocciante. Così il maestro italo-franco-vietnamita tradisce tutta la stima e la fiducia riposte nei 34 giovani e giovanissimi allievi che, dal 4 al 6 aprile (venerdì e sabato alle 21, domenica alle 16), saliranno sul palco del Vaillant Palace di Sampierdarena per dare vita a quello che si preannuncia come uno dei più grandi musical, interamente made in Italy, mai messi in scena: «Giulietta e Romeo». Pardon, guai in realtà a parlare di musical con l’autore, perché la sua è una moderna opera popolare, animata da cantanti e ballerini in molti casi esordienti, scelti tra ben 1252 candidati e pronti a conquistare la Superba dopo l'enorme successo ottenuto a Verona - 100mila biglietti venduti nelle prime dieci repliche - e nelle altre città dello Stivale finora raggiunte dal tour. Opera popolare. Del resto, era questo il sogno del maestro, riportare a teatro la gente, o meglio, restituire il teatro alla gente, e farlo attraverso la sua arte, la musica. Cocciante, il coraggioso «chansonnier» raffinato ma anti-elitario, ha fatto breccia nel cuore di generazioni, ha cantato l'amore negli anni di piombo, in un tempo in cui l'ideologia, soprattutto quella tinta di rosso, colorava le note. Oggi è di nuovo felicemente controcorrente, paladino di un'opera pop che grazie a lui sbanca i botteghini, a dispetto di ogni infausto pronostico. Si pensi al clamore planetario suscitato dalla sua prima creatura, «Notre Dame de Paris», 15 milioni di spettatori nel mondo. Storie che prendono per mano il grande pubblico e lo sottraggono, almeno per una sera, alla noia della tv. Pubblico pronto a lasciarsi catturare dall’entusiasmo, dall’energia, dalle luci, dai colori, dalle note vibranti, nonché dai testi di Pasquale Panella, paroliere dell'ultimo Battisti e di tanti altri, che fa rivivere i versi sempre attuali del grande bardo inglese che si ispirò per il suo capolavoro ad un precedente poema inglese, a sua volta debitore delle novelle italiane di Matteo Bandello, Luigi da Porto e Masuccio Salernitano.
Cocciante ci tiene a sottolineare l’italianità di questa storia. Gli chiediamo cosa ha provato nel misurarsi con un classico shakespeariano e quanto c'è di Cocciante nell'adattamento dell'opera. «Il testo prima di essere considerato un classico di Shakespeare appartiene alla tradizione della novellistica italiana – precisa - ed è per questo che abbiamo ripreso il titolo originario, “Giulietta e Romeo”, e non il contrario. Si tratta di una storia universale, che fa parte della memoria collettiva e per questo non dovevamo deludere le aspettative del pubblico. Io, nella composizione delle musiche, ho avuto carta bianca». Cocciante ha vinto la difficile scommessa: bissare il successo di Notre Dame, dopo l'infelice parentesi transalpina de «Le Petit Prince» - non esportato al di fuori della Francia per problemi legati ai diritti degli eredi di Saint-Exupèry - con una storia dal messaggio eterno ma non facile da riproporre.
Meno spettacolare ma non meno accattivante di Notre Dame, l'opera targata Cocciante e Panella si prepara ad affrontare e vincere un'altra scommessa: essere rappresentata in italiano anche all'estero, alla faccia di chi dimentica la forza della nostra lingua. Prodotto da Ferdinando Salzano e Gianmarco Mazzi, regia di Sergio Carrubba, costumi del premio Oscar (per «L’età dell’innocenza» di Martin Scorsese) Gabriella Pescucci, proiezioni tridimensionali di Paola Ciucci, coreografie di Narciso Medina Favier, lo show andrà in scena fino al 2015 ed è bene ricordare che parte del ricavato sarà devoluto all'Airc. Qui al Vaillant Palace - lo garantisce chi, come il sottoscritto, è reduce dalla tappa milanese - i ragazzi di Cocciante, che si cimentano a turno nei vari personaggi, emozioneranno gli spettatori a tempo di rock, con passione genuina e mai banale, voci promettenti e danze elettriche, tra goccie di sudore, lacrime e scenografie suggestive. Su tutte, spiccano le interpretazioni di Mercuzio-Francesco Capodacqua e Tebaldo-Valerio Di Rocco, ambedue amici decisamente cresciuti e maturi di Maria De Filippi. Delle due coppie di protagonisti che vestono i panni dei fidanzatini scaligeri, invece, colpisce la dolcezza dell'imberbe diciottenne messinese Marco Vito e della tenera Tania Tuccinardi da Fondi, Latina, che incanta quando recita: «Chi sei? Nemico amore tu chi sei? Non vedo l'odio fra di noi...». Montecchi e Capuleti, odio e amore, morte e perdono. Soprattutto odio. In diverse occasioni, Cocciante, ha rimarcato come per lei il focus di questa storia sia più l'odio che l'amore. Ne è sempre convinto? «Più che mai. Se non ci fosse l'odio, questa storia d'amore sarebbe passata inosservata, come accade per l'attualità, dove si parla solo di cronaca nera».
Quale sarà la sua prossima opera? «Non sono ancora pronto per poter parlare, ma sto lavorando per il futuro (sta preparando una “Turandot” per la Cina e un allestimento sui Decabristi per la Russia, ndr)». Il maestro, stavolta, glissa. Prima di salutarlo, gli chiediamo una dedica. Che messaggio rivolge ai giovani della Lanterna che accorreranno numerosi per assistere allo spettacolo? «Genova è una città viva, attiva, e questo grazie ai suoi giovani, ai quali chiedo di continuare a essere propositivi e critici». Capito? Genova, preparati a sognare.