Il rock ecumenico del Boss conquista l’anima di Milano

Serata incendiaria ieri al DatchForum per il concerto di Bruce Springsteen

Nell’aria il profumo del rito pagano, della sanguigna sacralità che emana dal rock. Il Datchforum stracolmo (11mila biglietti uno più uno meno bruciati in mezz’ora) ieri sera per i ritorno di Bruce Springsteen - dopo la pausa country folk delle Seeger Sessions - insieme alla gloriosa E Street Band.
Clima caldo, infuocato per rivedere il Boss che stupisce entrando in scena su una specie di carrettino siciliano, con musica annessa. Ma niente paura: gioca sempre con la sua anima di rocker ma soprattutto quella di cantore popolare, ultimo eroe di un’America on the road che sfugge alla storia per riportare i suoi valori alla cronaca. È un concerto ecumenico quello di Springsteen, che raccoglie sotto la bandiera del rock grezzo ed energico cantautori di rango come Ivano Fossati, politici come Roberto Formigoni, attori quali Naomi Watts e Clive Owen che proprio in città (e al Pirellone) stanno girando The International, eppoi i suoi fan della prima ora duri e puri, i rocker militanti come i quarantenni a la page. Tutti in piedi sotto il palco ad agitarsi, ad applaudire, a emozionarsi alle prime note sia dei nuovi brani come Radio Nowhere o Last to Die (col ritornello che tuona: «Chi sarà l’ultimo a morire per uno sbaglio? Il sangue di chi sgorgherà, quale cuore verrà fermato? Cara, andranno re e tiranni incontro allo stesso destino, impiccati ai cancelli della tua città?») sia degli inni del passato come Badlannds, Dancin’ In the Dark, l’epica Thunder Road o la Born to Run che presentò al mondo, il 25 agosto 1975, il nuovo eroe «nato per correre».
Dieci milioni di copie vendute di quell’album, in quelle canzoni che concentravano ribellione e storie di perdenti, vita da strada e speranze in un futuro migliore, che mescolavano Faulkner, lo Steinbeck delle notti alcooliche e Woody Guthrie, cuore folk e anima rock. Un canovaccio realista e poetico su cui Springsteen ha costruito la sua arte popolare, il suo spirito battagliero di bardo moderno che sa tirare stilettate ma anche parlare d’amore e di sentimenti.
A Milano è il rock a farla da padrone; scena spartana, essenziale, lui e la band quasi invisibili nei loro abiti neri a macinare rock ora guardando all’attualità ora rifugiandosi nella memoria (tra No Surrender e The Rising, tra Workin’ On the Highway e Tunnel of Love, passando per Reason to believe, dove si scatena in un formidabile assolo di armonica). Il re è nudo, nudo fino a mostrare l’anima e i pensieri. È in grande forma, con la voce ora sorniona, ora narrativa, ora roca e sfilacciata nel racconto, ben sostenuto dalla indiavolata chitarra di Nils Lofgren (un nome una garanzia) dal vecchio amico Little Steven che fa della routine un’arte, da Clarence Clemons che, seppur malato e a tratti col fiato corto sa dosare le note giuste nel suo sax, da Roy Bittan, da Charles Giordano che siede alle tastiere al posto di Danny Federici (anche lui ridotto male fisicamente), dai cori (che in realtà non si notano neppure) di Soozie Tyrrell.
Se parte del pubblico milanese non apprezza i suoi show acustici, quelli elettrici riscuotono sempre un successo travolgente in un’atmosfera condivisa di festa e commozione, di orgoglio e impegno. E per quelli che sono rimasti fuori l’appuntamento è già fissato: il Boss ha già dato appuntamento a tutti il 25 giugno a San Siro. La sua America (e il suo rock) non muoiono mai.