«Il rock? Imita la musica nera Salvo soltanto Elvis Presley»

«Brassens e Vian i miei maestri. Tra gli italiani amo Bindi e De André»

da Milano

È lo straniero. L’Italia lo scopre nel 1969. Ha origini greche, è nato in Egitto, vive a Parigi. Ha una voce pacata e ricca di profonde vibrazioni emotive; canta in italiano con raffinata inflessione francese e nulla nella sua voce è decorativo. Ha 35 anni ma, con quell’aria dolce e ieratica, con quella barba precocemente incanutita che lo fa assomigliare a Marx, ne dimostra molti di più. È Yussef Mustacchi, diventato celebre come Georges Moustaki. Da noi approda in Laguna, alla Mostra Internazionale di Musica Leggera di Venezia (allora festival di tendenza e qualità) dove, con la ballata Lo straniero, conquista il terzo posto (vincono i mitici Vanilla Fudge con Some Velvet Morning) e in pochi giorni la testa della nostra hit parade e delle classifiche di mezzo mondo. Nel ’51 sbarca a Parigi dall’Egitto e, tra il bohémien e l’anarchico scrive decine di canzoni, tra cui il testo di Milord (musica della pianista Marguerite Monnot) per il suo «amore» Edith Piaf e poi per Yves Montand, Juliette Greco, Dalida, oltre a brani da lui stesso interpretati come Ma solitude, Joseph (storia di Giuseppe e della sua scelta di sposare la Madonna) che, incisa in italiano con l’incipit «Mio buon Giuseppe tu lo sai/ la più carina in Galilea non era certo Betsabea/ ma era Maria la donna ebrea» viene subito censurata. La sua è la storia della canzone d’autore, francese ma cittadina del mondo, che vola alta passando sopra le luci dei riflettori. «Con questa faccia da straniero sono soltanto un uomo vero anche se a voi non sembrerà/ ho gli occhi chiari come il mare capaci solo di sognare mentre oramai non sogno più/ Metà pirata metà artista un vagabondo musicista che ruba quasi quanto dà». Attraverso le frasi autobiografiche di Lo straniero Moustaki è sempre lo stesso, lo chanteur che a 73 anni sta preparando un nuovo album e che ha ancora voglia di raccontare e raccontarsi. Per questo dalle nostre parti è ancora molto amato, anche se non si fa vedere molto spesso.
Che ricordo ha dell’Italia dei suoi anni d’oro?
«Gli italiani sono molto passionali. Nel ’69 ho avuto un successo immediato e inatteso che mi ha portato a suonare ovunque con un affetto del pubblico straordinario. E non era neppure una canzone facile da assimilare. La versione italiana di Bruno Lauzi ha reso fedelmente il mio pensiero».
Ha scritto anche la sigla di Rischiatutto?
«Mi sono lasciato andare ad un divertissement».
La sua visione della vita dipende dalla sua multiculturalità?
«Certo, anche se la mia patria ormai è la Francia. Mio nonno era di Corfù, io sono nato ad Alessandria d’Egitto. Lì ho frequentato la scuola francese, mio padre aveva una libreria francese e ho vissuto alla francese finché mi sono trasferito a Parigi. Ho fatto in tempo a vivere gli anni dell’esistenzialismo, il jazz, la vita di Saint Germain».
Il nome d’arte George viene da Brassens.
«Sì, è stato un maestro e un modello. Quando l’ho conosciuto ero un esordiente. Mi ha colpito con il suo talento e riscaldato con la sua amicizia».
Altri numi tutelari?
«Il grande Boris Vian. Lo incontrai a vent’anni, scrivevo canzoni ma non le cantavo o le cantavo nei bar per guadagnare qualche lira. Lui mi spinse a diventare cantautore. E tra gli scrittori Jorge Amado, un caro amico».
Con successo visto che ha scritto per tante star: persino Milord per Edith Piaf.
«Con Edith ho avuto una splendida storia d’amore. Ci ha presentati il chitarrista Henri Colla. Ho scritto quello ed altri brani con grande sentimento. L’amicizia con Dalida è diventata una bella relazione professionale, e così quella con Serge Reggiani. Tra i miei preferiti c’è Laurent Voulzy, sempre attivissimo».
Della canzone italiana cosa pensa?
«Ho avuto la fortuna di vivere l’epoca nobile dei grandi cantautori; ero molto legato a Umberto Bindi, Tenco, De André».
Conosce i nuovi?
«No, non li seguo. Zucchero ha uno stile italoamericano, mi piace ma non lo classifico tra gli autori italiani».
L’hanno definita il Dylan europeo, cosa ne pensa?
«Amo molto Dylan ma lui è legato alle radici americane del folk; musicalmente mi sento più vicino a Leonard Cohen».
Come scrive, da dove trae ispirazione?
«Nella vita, nelle letture, nell’immaginazione, nei sogni, non ho una ricetta unica. Tutto può diventare una canzone. Cambiano i temi. Oggi si parla di problemi gravi come l’inquinamento, l’Aids ma i giovani lo fanno in modo troppo violento».
E il rock?
«Non mi piace. È musica bianca che imita i neri. Salvo solo Elvis, non lo considero un rocker anche se è stato uno dei primi. È un grande cantante con una voce stupenda».
Si considera un intellettuale? Un ribelle?
«Sono un intellettuale perché faccio un lavoro che si affida all’intelletto; lavoro con la cultura, le parole, i suoni ma odio l’intellettualismo. Non sono un ribelle ma un emarginato».
Cos’è la musica?
«Il soffio della vita».
Dopo tanti anni cosa la spinge a continuare?
«Il bisogno di creare è irrefrenabile come mangiare, come l’amore. Non penso certo alla carriera».
Ha nuovi progetti artistici.
«In autunno un nuovo album. Sarà una sorpresa. Lo farò con grandi ospiti americani. Ho sempre amato gli incontri e ora che vanno di moda... Poi un tour e concerti all’Olympia».
È un uomo felice?
«Nonostante il mondo così violento lo sarò fino all’ultimo respiro».
Rimpianti?
«No, ho ricevuto più di quanto ho chiesto e spero di poter dare ancora tanto».