Rock, rabbia, amore il Blasco denuncia il potere dell’inciviltà

A San Siro la "prima" del tour: niente "Vita spericolata" per protesta

Milano - Ed ora stop alle polemiche: tutti zitti suona Vasco. La disgrazia di Venezia lasciata alle spalle («the show must go on», come si dice, ma le regole del business sono un po’ migliorate, se nel 1969 ad Altamont gli Hell’s Angels uccisero un ragazzo mentre gli Stones continuavano a suonare) e querelle dei biglietti pure. Ci vuol altro per mandare fuori giri Vasco... Anzi, lui più elettricità c’è in giro più si carica, anche perché questi due concerti a San Siro si sono trasformati nella première del nuovo tour. E allora all’attacco sventolando la bandiera del rock italiano per un pubblico oceanico (niente cifre altrimenti riparte la guerra dei numeri) assetato sin dalla prima nota di ritmo e dei singolari recitativi melodizzati del Blasco.

Lui è lì, su un palco che per lui (ma ci vuole un grande sforzo di fantasia) è l’immagine della nostra civiltà: una costruzione di tubi metallici («il mio palazzo di cristallo») avvinghiata da grossi alberi e radici bianche plasticate perché senza clorofilla. È la giungla che divora lentamente la città, l’inciviltà che vince sulla civiltà. E lui, Vasco-Don Chisciotte, difende i suoi valori e il suo spazio vitale con la musica. Arriva - per l’undicesima volta allo stadio milanese - con quell’aria spavalda e al tempo stesso sorniona, un po’capopopolo un po’pifferaio di Hamelin, e ben gli s’attaglia (nella sua tenuta da combattimento da rocker de noantri con berrettino verde regolamentare e maglietta nera), la Cavalleria rusticana che apre pompieristicamente lo show. Poi inizia ad aprire lo scrigno dei gioielli di famiglia; lo fa alla sua maniera, una trentina di brani scelti senza logiche commerciali, con qualche dolorosa esclusione (ad esempio Ogni volta e Senza parole). L’incipit è la recente Basta poco seguita dalla apocalisse sonora di Cosa c’è... Tra i due brani ci sono più di vent’anni ma non si sente, ché lui ha mantenuto nel tempo una poetica sghemba e sensuale quanto suggestiva. Con il Blasco Rossi e la giurassica (1981) Voglio andare al mare a tempo di reggae (ma c’è anche Anima fragile che è dell’anno precedente) lo stadio è già nelle sue mani, come avesse vinto da solo uno scudetto. Lo scudetto del rock autoctono «perché sappiamo difenderci bene dallo strapotere della cultura angloamericana». Ueilà, che proclama.

Rock e rappresentazione, perché i gesti, i movimenti, gli sguardi, le roche bizzosità vocali sono tutt’altro che dettagli nella sua poetica. Al quarto posto avviluppa e «vascorossizza» La compagnia di Lucio Battisti, poi va a ripescare nel passato il buon vecchio rock and roll di Lunedì per metterlo a contrasto con l’inedita Non sopporto (il suo nuovo manifesto rabbioso), adrenalinica infusione punk che - seppur neonata - manda immediatamente su di giri il suo pubblico, oggi come mai variegato e trasversale. «Ci vorrebbe lui in politica per mettere tutti d’accordo», tuona qualcuno in tribuna. Ma Vasco Rossi è troppo libero, troppo sincero e scomodo per sedersi su uno scranno. Si vede subito che la sua vita è lì sul palco, anche se gli anni passano, anche se le mode corrono Sally e Siamo solo noi sono intrecci verbali e melodici senza tempo, dalle suggestioni immutabili anche con arrangiamenti diversi.

Al centro dello show, stemperando la tensione, il Blasco piazza un medley di ballate acustiche e dai toni più morbidi che passa da Domani sì adesso no a Che cosa vuoi da me a Delusa a Sono ancora in coma. Poi riprende a macinare emozioni col suo canto muscolare e solidamente sgraziato (come vero rocker comanda)che alterna piano e forte, ossessività ed abbandono in brani come C’è chi dice no, Gli spari sopra, Rewind per chiudere con Ciao. Fine? Eh no, ci sono i bis... C’è il momento ecumenico, quasi una messa profana scandita da Vita Bollicine, e Stupido Hotel, e Vivere, e Albachiara su cui si spengono definitivamente le luci. Non c'è Vita spericolata; il «comitato antirumore» ha deciso che bisogna chiudere entro le 23 e Vasco ottempera e accorcia la scaletta. Non è ancora notte, non è vita da Steve McQueen. Nonostante questo, troppo facile il trionfo per Vasco: con quella carica e quella manciata di canzoni (se non passa un uragano), chi lo ferma più?