Il rocker africano che si fa ascoltare anche dai potenti

È il musicista africano più conosciuto dal pubblico del rock e del pop Youssou N’Dour, questa sera in concerto nell’attesa data romana di «Luglio Suona Bene» alla Cavea del Parco della Musica dalle 21. Peter Gabriel, Paul Simon, Sting, Neneh Cherry sono solo alcuni dei nomi con i quali il grande artista senegalese ha collaborato nella sua ormai lunga carriera.
Mescolando ritmi africani, caraibici e pop, Youssou N’Dour non si è mai ancorato a un unico stile. La sua musica parte dalla tradizione delle danze «mbalax» del suo Senegal per approdare a un singolare afro-pop alla ricerca della perfetta unione tra le radici della sua terra e il panorama contemporaneo, fra lingua inglese e francese, non rinunciando però all’espressività del Wolof, la lingua nazionale senegalese. Oggi, il cantante torna a Roma per presentare live il nuovo album Rokku Mi Rokka (Give And Take), ma il grande pubblico lo ha conosciuto soprattutto per un brano di grande successo nel ’94, 7 seconds accanto a Neneh Cherry. Recentemente la rivista americana Time, ha inserito il suo nome nella lista delle cento persone più influenti del pianeta. Sempre impegnato in lotte sociali importanti per la sopravvivenza del suo popolo accanto ad Amnesty International, Youssou N’Dour è anche ambasciatore Unicef e affascina non solo come artista, ma per la grandezza del suo impegno sociale. Il musicista ha infatti creato una fondazione a suo nome e ha dato vita e gestisce in Senegal una società di micro credito cooperativo che sta portando avanti con la campagna Africa Works, che si chiama come il titolo di una sua canzone Birima. Brano che Youssou N’Dour ha inciso con personaggi come Patty Smith, Francesco Renga, Irene Grandi e cui proventi della vendita online sono andati a finanziare il progetto. "Per me è fondamentale far sapere che l’Africa non è solo povertà, guerra e Aids, che l'Africa non vuole e non chiede carità, vuole lavorare e avere un rapporto di rispetto. La carità non contribuisce a sradicare la precarietà della gente».