Il rocker canta l’Italia mediana che continua a sognare il cielo

Settantamila fan riempiono San Siro al concerto che parte con "Certe notti" e poi snocciola tutti i classici. Musica ruspante e intimista: solo lui riesce a trovare il giusto equilibrio

da Milano

Ma guardatelo come sorride, Ligabue, mentre salta sulla passerella di fronte al palco e attacca con la sua Certe notti davanti a (quasi) settantamila persone che da ore fanno la ola sugli spalti. Inizia la sua quarta volta a San Siro che sembra davvero la prima se si guardano i suoi occhioni sbigottiti mentre canta il brano che è diventato uno slogan della nostra vita. «Certe notti ti senti padrone di un posto che tanto di giorno non c’è» ripete il pubblico in coro e così parte lo show che sarà una rassegna pacata e rockettara (solo Ligabue riesce a combinare le due cose) di tutti i suoi successi più gli ultimi brani, quelli che le radio stanno martellando come Niente paura e Buonanotte all’Italia e che ormai, volenti o nolenti, sono entrati nella colonna sonora dell’estate.
Innanzitutto il palco: è circondato da cisterne, tralicci elettrici, pale eoliche ed è pure senza tetto perché sormontato da uno schermo enorme, trecento metri quadri, che per tutto il concerto accompagnerà le note con immagini inconsuete (una molecola di Dna) oppure incomprensibili (una ragazza magra tra selve di specchi) o infine nostalgiche e simboliche come il volto di Buster Keaton che appare durante Ho ancora la forza e richiama l’applauso della gente.
Pensieroso com’è, a dispetto della sua indole emiliana, Ligabue ha stivato in questo concerto tutte le sue idee e, canzone dopo canzone, eccolo il suo bagaglio. È il cantore dell’Italia mediana, quella che vive nel fine settimana e sopravvive negli altri giorni, che lavora – e tanto – ma si accontenta delle sue ambizioni e non ne cova di irraggiungibili, che non gliene frega nulla della vita spericolata e, se potesse, la cambierebbe con un pizzico di serenità in più. E così Ho perso le parole oppure Questa è la mia vita che arrivano dopo la sberla iniziale di watt e assestano uno show equilibrato ed entusiasmante, capace di arrivare lassù con Hai un momento Dio? (strepitoso Federico Poggipollini alla chitarra) oppure rimanere qui da noi con Tutti vogliono viaggiare in prima che è proprio lo specchio dell’attitudine di Ligabue, della sua capacità di fotografare i sogni domestici della gente ed elevarli a piccole poesie quotidiane che difatti sono diventate slogan dell’Italia dei quarantenni. E se nella Piccola stella senza cielo ci sono i soffi e le utopie che ricamano la vita di tutti, in Libera nos a malo spunta la paura, la stessa che in Urlando contro il cielo si trasforma in rabbia e in squilli di rock composto, educato, mai fuori dalle righe.
«Allora ciao ragazzi, qui fate sempre la vostra porca figura» dice lui e dovreste sentirlo il boato, roba che esalterebbe anche il più distratto dei passanti qua fuori dallo stadio. Camicia e jeans neri, leggermente smagrito, Ligabue tiene il palco come fosse un salotto, saluta Guccini prima di Ho ancora la forza («Ciao Francesco»), passeggia fin dove finisce la passerella e va a sfiorare le mani, i volti delle prime file con quel solito rituale che è una trasmissione di buoni sentimenti, di affetto, persino di riconoscenza e accidenti quanta.
Se c’è qualcuno che riesce a farsi capire dalla gente oggi è proprio lui, così modesto, così ruspante, che stavolta sborda davvero nella politica e durante Non è tempo per noi fa proiettare sullo schermo i primi dieci articoli della Costituzione italiana. Un’idea, se proprio vogliamo trovare un’ispirazione, che viene dagli U2 (che hanno portato in giro per il mondo la Dichiarazione dei diritti umani) e che qui diventa un modo «per far riflettere sul valore di quelle parole e far pensare se oggi abbiano ancora un significato». E poi tutto scivola via, c’è ancora spazio per qualche brano, da Vivo morto o X a Happy hour e poi per la conclusiva Buonanotte all’Italia che è un modo di salutare tutti e confermare che il suo concerto è in fondo una dichiarazione d’amore per quella serena processione di gioie e consapevolezza che dovrebbe essere la vita di tutti noi.