Il rocker di Correggio dà la carica a 70mila fan

A San Siro un palco imponente per il concerto nel quale il cantautore alterna ballate rock e brani intimistici

Cesare G. Romana

da Milano

Ottantamila, dice l’organizzazione. Fai pure qualcosa di meno, ma che tonante successo questo di Luciano Ligabue a San Siro, col nuovo concerto che tanto nuovo non è: replica, con opportuni ritocchi, quello del 2005 a Reggio Emilia, centottantamila spettatori, quattro palchi e un barnum tecnologico che la musica ne uscì un po’ malconcia, vabbè. Qui a San Siro, santo patrono dei rocker, la tecnologia non manca, il gigantismo neppure - palco sterminato, luci da apocalisse, due maxischermi, due passerelle a recingere la folla perdendosi nel cuore di essa - ma è a livello di guardia: e la musica viene distorta dall’arroganza dell’amplificazione, ma si sente, ah se si sente.
Sicché gran successo fin dalle prime battute: Il giorno dei giorni, che apre questo safari rock tra ieri e oggi, ossia tra l’ultimo, dignitoso album Nome e cognome, e i dischi che l’hanno preceduto. Ventisette canzoni in tutto, quali accompagnate dalla Banda, il gruppo di oggi, quali dai ClanDestino, il gruppo di ieri, quali nobilitate - Questa è la mia vita e Piccola stella senza cielo - dal bouzouki e dal violino di Mauro Pagani, ed è grazie a lui se la musica di Ligabue assume ad un tratto un’ampiezza di emozione, e un sospetto di poesia, davvero inattesi. Poi, alla fine, tutti, Banda, ClanDestino, Pagani e Liga a rifare Leggero e Urlando sotto il cielo paludati in giacca blu, stile Elvis, col caldo che fa.
Non manca neppure Il mio nome è mai più, l’inno antibellicista che il Liga realizzò con Jovanotti e Pelù e che ora ripropone da solo, con scene di guerra che irrompono dai megaschermi così come, in Quella che non sei, gli schermi mostrano cifre su bulimia e anoressia, mali del nostro tempo e spie - intende significare il Liga - della nostra inadeguatezza di fronte ai modelli sociali di oggi. Il resto? Si viaggia tra classici collaudati e pagine nuove, centellinate con molta misura. Da Lambrusco & popcorn all’inevitabile Bar Mario, da Marlon Brando è sempre lui a Viva, Le donne lo sanno, Balliamo sul mondo, Tra palco e realtà, Libera nos a malo e va da sé Certe notti, forse il brano più amato, sicuramente ieri sera il più applaudito da una folla in delirio. Eppoi ecco Il giorno di dolore che uno ha, Anime in plexiglass, A che ora è la fine del mondo: riflessioni spicciole sul nostro presente, piccoli tumulti generazionali, occhiate in tralice a una società non sempre, o quasi mai, a misura d’uomo. Grandi canzoni? Sicuramente canzoni-manifesto, a giudicare da come la platea se ne impossessa e le scandisce in coro. Emblematiche, certo, delle speranze e dei disagi che il mondo giovanile riconosce come suoi, demandando al rock di riassumerli.
E comunque, là dove appare meno evidente la profondità, suppliscono la schiettezza sanguigna e l’immediatezza umorale di queste pagine semplici, che parlano direttamente allo stomaco e al cuore: che altro dev’essere il rock?
Donde il successo d’uno spettacolo che inaugura la terza fase d’un tour quadripartito - prima c’è stato un giro nei club, poi nel palasport, ora negli stadi e infine ci saranno i teatri, via dalla pazza folla e dall’acustica perversa -, in omaggio alla celebre bulimia da palcoscenico che il Liga riprende così ad onorare, dopo un biennio d’astinenza. E lo fa dal collaudato uomo da palco che sappiamo, e con un utilizzo sempre più avveduto, acustica permettendo, della sua bella voce baritonale: «gridando di meno e cantando di più», dice, e si sente.