Rocky Belinelli lancia Golden State e vince il derby d’America

Non ci sono più le gerarchie di una volta, anche quando "una volta" era solo pochi mesi fa. Quando Andrea Bargnani era l'unico italiano di cui valesse la pena seguire le sorti nella Nba, perché Marco Belinelli non si alzava dalla panchina e Danilo Gallinari era ancora all'Armani Jeans o, da ottobre di quest'anno, seguiva semi-malinconico da bordo campo. Ora, tutto, o quasi, è cambiato: 48 ore fa, quando i Golden State Warriors hanno sconfitto i Toronto Raptors 117-111, è stato Belinelli a fare notizia, lasciando Bargnani, dall'altra parte, a raccogliere briciole statistiche. 23 punti e cinque tiri da tre a segno per la guardia bolognese, che da quando l'8 dicembre scorso è improvvisamente rientrato nelle grazie ondivaghe del coach Don Nelson ha segnato meno di 12 punti solo due volte in 13 partite, con il massimo di 27 il 19 dicembre contro Atlanta.
Con Bargnani spesso oscillante tra buone partite e attimi di smarrimento (7 punti con 3/8 al tiro contro Golden State) è ora dunque Belinelli il nostro rappresentante più in vista, quasi sconvolgente per la facilità con cui ha preso possesso della responsabilità di terza bocca da fuoco dei Warriors dopo un anno di perplessità, incertezze e frustrazioni, espresse non molte settimane fa con la cortese richiesta di essere ceduto, qualora Golden State avesse deciso di non credere in lui. Vale il discorso degli infortuni di Monta Ellis e Corey Maggette, per spiegare il brusco cambiamento di rotta per Belinelli, ma solo in parte, perché Ellis mancava fin all'inizio, ed altri parevano avere sopravanzato il bolognese nella graduatoria dei favoriti di Nelson. Dagli applausi di incoraggiamento all'Oracle Arena intera che l'altra notte, alla quinta bomba infilata da Belinelli, ha cominciato ad invocarlo con il suo soprannome, Rocky, in omaggio alla sua (molto presunta) somiglianza con Sylvester Stallone. Peccato che Marco non abbia le scalinate di Philadelphia da saltare, nei giorni di riposo.