Roger Rabbit nuovo re del calcio supersonico

A Parigi Ronaldinho ha ricevuto il Pallone d’oro e l’ha dedicato alla lotta al razzismo: «Solidarietà a Zoro». La serie A piazza 5 giocatori nei dieci. Votati solo due italiani

Tony Damascelli

Siamo sempre diciassette a undici. Se la vogliamo mettere sui numeri e sui crediti del Pallone d’oro. Così dice e ricorda l’albo che è d’oro a parole, così come il Pallone è semplicemente dorato, altrimenti costerebbe una fortuna. Devo una spiegazione sui numeri: ieri sera a Parigi serata di gala per i cinquanta anni del trofeo ideato da France Football quando il calcio non aveva sponsor e dirette anche per l’amichevole di fuori porta.
Ronadinho, il Roger Rabbit del Barcellona, è tornato laddove aveva fatto sfracelli di avversari e di femmine (in discoteca, secondo i tabloid inglesi). Ha ricevuto il premio come miglior calciatore dei campionati che si disputano in Europa, da brasiliano, come era già toccato a Ronaldo e Rivaldo. Fino al 1995 il riconoscimento era riservato ai soli calciatori di nazionalità europea, tra questi si erano infilati Alfredo Di Stefano ed Enrique Omar Sivori, naturalizzati rispettivamente spagnolo e italiano per necessità di patria calcistica.
Per l’appunto la sfida 17 a 11 si spiega allora con i Palloni d’oro conquistati da calciatori che giocano nei campionati italiano e spagnolo. Diciassette volte il trofeo è finito dalle nostre parti (Platini e Van Basten tre volte a testa, quindi Sivori, Matthäus, Rivera, Gullit, Rossi, Baggio, Ronaldo, Zidane, Weah, Nedved, Shevchenko); undici in Spagna (Di Stefano e Cruijff due volte a testa, Kopa, Suarez, Stoichkov, Rivaldo, Figo, Ronaldo, Ronaldinho); segue la Germania con dieci riconoscimenti (Gerd Muller, Rummenigge, Beckenbauer e l’inglese importato Keegan due a testa; Sammer, Simonsen); a cinque il campionato inglese (sir Stanley Matthews capo storico del Pallone d’oro, Law, Bobby Charlton, Keegan, George Best - che è stato commemorato ieri sera - e Owen); tre volte il premio ha riguardato il campionato sovietico (Yashin, Blochin, Belanov), uno a testa per l’Ungheria (Albert), la Francia (Papin), l’Olanda (Cruijff), la Cecoslovacchia (Masopust), il Portogallo (Eusebio).
I numeri, ogni tanto, servono per decodificare altri messaggi. Il campionato italiano presenta, dunque, alcuni protagonisti internazionali anche se abbiamo smarrito il patrimonio indigeno, limitandoci a tre Palloni d’oro di nascita e anagrafe doc italiana: Paolo Rossi, Gianni Rivera e Roberto Baggio e a due soli presenti nella classifica di questa edizione, un portiere (Buffon, con appena quattro voti) e un difensore glorioso ma a fine carriera (Maldini).
Il premio che è andato a Ronaldinho (con alle sue spalle due inglesi della nazionale di Eriksson: Lampard, del Chelsea, e Gerrard campione d’Europa con il Liverpool) celebra un campione-esempio, non certo un prodotto costruito dagli sponsor e destinato ad esaurirsi in una serata di gala. Gli sponsor hanno giocato un ruolo importante ma non decisivo, i numeri da prestipedatore del brasiliano in uno spot si sono rivelati dei tarocchi niente affatto virtuali, le quattro consecutive traverse colpite dal piede dorato di Ronaldinho sono trucchi del computer, ma lui in versione originale ha saputo fare cose anche più clamorose, dribbling e gol, assist e posture che lo hanno fatto assomigliare a un cartoon.
Di certo Ronaldinho è un valore positivo in un football che tracima di volgarità e insulti. Anche ieri, uno dei suoi primi pensieri da neopallone d’oro, è stato per un collega meno celebrato e più insultato, Zoro: «Ha la mia piena solidarietà, io personalmente faccio di tutto perchè la denuncia del razzismo abbia un riconoscimento mondiale». E forse anche questo pallone d’oro è un simbolo che servirà alla causa.
Il Barcellona, già grande di suo con i grandissimi del suo passato (il quinto Pallone d’oro per il club catalano dopo Suarez, Cruijff, Stoichkov e Rivaldo, senza contare che quando Ronaldo vinse il suo primo trofeo in maglia nerazzurra aveva giocato la prima metà della stagione in blaugrana), continua e ribadisce la tradizione dell’artista calciatore, i colleghi giornalisti che hanno votato il brasiliano lo hanno eletto tra cinquanta, senza compromessi e ballottaggi. Ma il premio non ha più il valore orginario anche se, ultimamente soprattutto in Spagna, la doppia nazionalità è diventata un classico del repertorio, coinvolgendo Roberto Carlos e Ronaldo e, tra gli ultimi, anche Leo Messi. L’argentino, anch’egli blaugrana, già si prenota per il prossimo anno. Ma, anche in quel caso, saremmo sempre in vantaggio noi. Nel senso di europei.