Roger Waters: «Con la lirica torno all’energia di The Wall»

L’opera «Ça ira» dell’ex bassista dei Pink Floyd a Roma il 17 novembre

Pier Francesco Borgia

da Roma

Provate a immaginare un circo. Al cui interno si muovono, accanto a clown e trapezisti, anche i protagonisti della rivoluzione francese. È questa la prima immagine che suggerisce Roger Waters per introdurre la sua prima incursione nel mondo della lirica intitolata Ça ira, arrivata da due settimane nei negozi di dischi grazie alla Sony e che debutterà in prima mondiale il prossimo 17 novembre (con replica il 18) all’auditorium Parco della musica di Roma.
La gestazione di quest’opera ha una storia molto lunga. Che inizia nel lontano 1988 alla vigilia delle celebrazioni per il bicentenario della rivoluzione francese. Il compositore e poeta francese Etienne Roda-Gil va a trovare il bassista dei Pink Floyd nel suo studio di registrazione a Londra. Con sé ha un voluminoso dattiloscritto. «Si trattava di un libretto d’opera - racconta Waters, orfano di guerra (il padre è sepolto ad Anzio dove è morto nel ’44) ed allevato da una madre comunista - che rievocava alcuni dei fatti più significativi occorsi a Parigi nel 1789. Non mi colpì soltanto la storia e la sua straordinaria attualità, ma anche i bozzetti preparati da Nadine, la moglie di Etienne. Uno di questi disegni era proprio l’interno di un circo dove il pubblico-coro era rappresentato da tutte le classi sociali protagoniste della rivoluzione francese».
Da quel primo incontro è nato un demo che a fine anno è arrivato all’Eliseo. Lo stesso Mitterrand si era complimentato con Roda-Gil e si era dimostrato disponibile a inserire un’eventuale messa in scena nel programma del bicentenario. Un lutto familiare interruppe, però, il progetto.
«Mi ci è voluto del tempo per riprendere in mano quel lavoro - ricorda Waters -. Nel ’95 la Sony si è dimostrata interessata a incidere l’opera. Solo che volevano che traducessi in inglese i testi di Etienne. Ed è stato, credo, il lavoro più difficile che mi sia capitato di compiere nella mia lunga carriera».
Un salto davvero ardito dalle prime sonorità psichedeliche dei tempi dei Pink Floyd. Una classicità e purezza di canto che ricorda le cose migliori di Bellini e una modernità vicina a Bernstein. Anche se sono Berlioz e Prokofiev i riferimenti «denunciati» dallo stesso musicista.
«Non credo ci siano poi tante differenze tra musica colta e canzoni pop - chiarisce il bassista e leader dei Pink Floyd -. L’unica necessità del compositore è l’urgenza di un sentimento da raccontare o evocare». Come a dire che tra Ça ira e The Wall passa una sottile linea di demarcazione poco importante, almeno per il suo autore. «Tra queste due operazioni - spiega Waters - non c’è poi tanta distanza. Solo un paio di differenze del tutto trascurabili: la prima è che a differenza del disco dei Pink Floyd questa opera lirica nasce da un’idea non mia. La seconda differenza è la “tavolozza” utilizzata. Lì abbondavamo con la batteria e le chitarre elettriche. Qui preferisco sfruttare gli archi di un’orchestra sinfonica e un coro di voci bianche». Waters tende a sottolineare, però, il valore politico di questo suo debutto nella lirica. «È il tema della rivoluzione francese ciò da cui tutto è partito. E, proprio come era già successo per The Wall, è l’idea di come vengono asservite le masse e di come i governi e leader mondiali inquadrino la realtà sotto certezze granitiche, che mi ha stimolato di più. Non c’è niente di peggio che l’incomunicabilità provocata da idee inossidabili».
Proprio come succede a due primedonne del calibro di David Gilmour e Roger Waters. «Mi rendo conto che il nostro attrito è durato troppo a lungo ed è stato frutto di posizioni infantili. La saggezza (e la felicità) sta proprio nell’annullare questa distanza». È già accaduto a luglio con la reunion di Hyde park. E potrebbe succedere ancora. «I Pink Floyd ancora insieme? Forse». Suggella con un sorrisetto sardonico Roger Waters.