Rogo del Bianco, 13 condanne Colpevoli anche quattro italiani

Due anni e sei mesi al responsabile per la sicurezza francese. Tre le assoluzioni. Il dolore dei parenti delle vittime: «Giustizia? Nessuno riporterà in vita i nostri cari»

Gabriele Villa

nostro inviato a Bonneville

Tredici condanne, tre assoluzioni. Troppo poco per cancellare con un colpo di spugna una tragedia agghiacciante come quella accaduta il 24 marzo del 1999, quando nel rogo del traforo del monte Bianco persero la vita 39 persone? Non è difficile immaginare che si pongano la stessa domanda i parenti di quelle vittime, mentre lasciano alla spicciolata la salle Agora di Bonneville, Alta Savoia. Il presidente del Tribunal des Grandes Istances, Renaud Lebreton de Vannoise, ha appena finito di leggere la sentenza di un processo che per tre mesi, dal 31 gennaio al 29 aprile, quotidianamente, ha visto sfilare davanti ai giudici centinaia di persone. Impegnati a discolparsi delle loro disattenzioni, a raccontare la loro parte di verità, a dimostrare con perizie internazionali come le cose sarebbero andate diversamente a seconda che i fumi, generati dall’inferno di fuoco nel tunnel, fossero stati soffiati anziché aspirati.
Alla fine? Alla fine, andando oltre le richieste del pubblico ministero, paga più di tutti Gerard Roncoli, Monsieur Securité, ovvero il responsabile della sicurezza all’epoca dei fatti dell’Atmb, la società francese di gestione del tunnel. Per lui una condanna a due anni e sei mesi (a eccezione di tutti gli altri il pm ha chiesto che si faccia sei mesi di carcere) mentre per altri dodici indiziati condanne inferiori, fino ai quattro mesi, già amnistiati, per il camionista belga, Gilbert Degrave, al volante del camion Volvo , carico di margarina che prese fuoco, appena entrato nel tunnel e provocò la strage. Tra i condannati Michele Tropiano, ex direttore di esercizio della società italiana Tmb (2 anni e 5.000 euro), Remy Chardon, presidente della consorella francese Atmb (2 anni e 15mila euro), Christian Basset, ex direttore della francese (2 anni e 7.000 euro), Claudio Lyveroulaz, di Morgex, responsabile per la sicurezza della Sitmb, la Società italiana di gestione (16 mesi e 4.000 euro), Marcello Meyseiller, di Courmayeur, controllore italiano (un anno), Daniel Claret-Tournier, controllore francese, Michel Charlet, sindaco di Chamonix (sei mesi e 1.500 euro) che ha già dichiarato che farà appello.
Ieri, inoltre, il tribunale di Bonneville ha inflitto altri 150mila euro di ammenda alla Sitmb, e centomila all’Atmb, prosciogliendo la Volvo, produttrice del Tir incendiatosi, Charles Salzmann, ex presidente dell’Atmb, e Jean Claude Gaime, responsabile della sicurezza nell’Alta Savoia. Accusati tutti di omicidio involontario semplice. Maniglioni antipanico posti dal lato sbagliato, bocchettoni per gli idranti di passo diverso tra Italia e Francia, acqua che non poteva uscire in quantità sufficiente per la mancanza di pressione nelle pompe sistemate nel tunnel. È quanto emerso nei lunghi giorni del dibattimento. È quanto conferma secondo l’avvocato Matteo Rossi, legale di parte civile per alcuni congiunti delle vittime italiane, «che la tragedia non solo si poteva evitare ma era annunciata. In ogni caso - ha aggiunto il legale - siamo pienamente soddisfatti della sentenza, in linea con le nostre aspettative». Dossier e documenti per un milione di pagine, quattro anni e sette mesi per comporre l’istruttoria, 29 commissioni rogatorie, sei interpreti (le vittime provenivano da nove Paesi) che si sono alternati davanti ai giudici. Dopo di che altri tre mesi di riflessione, dalla fine di aprile a ieri, per pronunciare una sentenza che secondo l’avvocato Claudio Maria Papotti, legale della Società italiana per il Traforo del Monte Bianco, «data la gravità del fatto accaduto, era attesa. Anche se il tribunale ha dato più peso alle carenze della struttura che agli errori dei singoli».
Così la domanda, che rimbomba nell’enorme salle Agora, affittata in questi mesi dal Tribunale Correctionel per il maxiprocesso, è sempre la stessa: è stata fatta giustizia? «No, io non ho ottenuto giustizia - sbotta Miriam Marguerettaz, vedova di Stefano Manno di Jovencan, in valle d’Aosta, morto in trappola dentro il tunnel - perché ho ascoltato dei nomi, ho sentito delle condanne. Ma le pene sono state troppo lievi. Il risultato di quanto è accaduto è che mio marito non c’è più e non si è capito, forse non si capirà mai per colpa di chi è morto». Difficile biasimarla. La tragedia avvenuta in quel corridoio di dodici chilometri e mezzo che collega Courmayeur a Chamonix, l’Italia con la Francia, è ancora vivida nella memoria dei sopravvissuti e dei parenti delle vittime. Basta girare lo sguardo attorno e ascoltarli più tardi, in serata, riuniti nella sala comunale per valutare, con i loro legali, la sentenza. A Miriam, come a tutti gli altri costretti a piangere da sei anni davanti a un punto interrogativo, risponde il presidente dello stesso tribunale, Renaud Lebreton de Vannoise: «L’utilità di un processo non si misura mai dalla quantità e dal peso delle condanne che vengono inflitte». Scuote il capo André Denis, 70 anni, immobiliarista in pensione che la mattina di quel 24 Marzo 1999 ha perso la moglie, la figlia e il genero. Per Denis e tutti gli altri parenti non bastarono sette mesi di penoso andirivieni al quartier generale della scientifica di Lione per individuare almeno una traccia, una certezza che un mucchietto di ceneri, aspirato dalle carcasse delle varie auto, fosse davvero quello di una moglie, di una figlia. O, in altri casi, di un padre, di una madre. Denis ha ritrovato la forza di vivere aggrappandosi al suo nuovo mestiere di presidente dell’associazione dei parenti delle vittime ai quali la Società italiana di gestione del traforo ha già versato prima della fine del processo, nell’ambito di un fondo di solidarietà proposto dall’avvocato Rossi, 13 milioni e mezzo di euro.