Rogo degli uffici Inps Presi i piromani: sono cinque ragazzini

Paola Fucilieri

Una bravata architettata in meno di trenta minuti e durata undici ore. In un pomeriggio domenicale noioso, di una provincia grigio-azzurra che può offrire tutto ma anche niente a un gruppetto di cinque studenti qualunque, già provvisti di sneakers, jeans tagliuzzati e giubbotti di tendenza. Ragazzi tra i 13 e i 16 anni (due di loro frequentano ancora le scuole medie) tutti di Pieve Emanuele, figli di gente comune e senza precedenti penali alle spalle. Giovani a cui il diversivo è semplicemente scappato di mano trasformandosi in un disastro. «Beccati» dai filmati delle telecamere e dall’attenzione di qualche testimone.
Questo il prologo, ma anche l’epilogo dell’incendio doloso che il 26 marzo ha devastato gli archivi dell’Inps di Pieve Emanuele, cioè l’intero pianterreno di uno stabile dell’Aler di 7mila metri quadrati per piano, all’angolo della zona industriale tra via delle Rose e via dei Tulipani. Migliaia di moduli e pratiche concluse, mobili e apparecchiature elettroniche per un totale di danni intorno al milione di euro. Denaro che toccherà risarcire alle famiglie dei cinque piccoli sciagurati.
Un rogo iniziato poco dopo le 18, contenuto dall’arrivo di ben dieci mezzi dei vigili del fuoco, riusciti a spegnerlo completamente però solo dopo ore e ore di faticosissimo lavoro, cioè la mattina successiva.
«Non volevano incendiare nulla - spiegano i carabinieri della compagnia di Corsico e della stazione di Pieve Emanuele che hanno risolto l’indagine, individuando i responsabili del rogo -. Inavvertitamente la fiamma di un accendino sfuggito di mano a qualcuno ha investito il cellophane che copriva un computer, innescando il rogo».
Tra i responsabili c’è chi dice che era iniziato tutto con l’idea di fare un semplicissimo scherzo; altri ammettono la volontà di commettere un atto vandalico (per entrare nell’edificio gli studenti hanno spaccato una porta a vetri con delle pietre) e di portar via, se capitava, qualcosa che avesse un qualche valore; altri ancora negano di essere mai stati là. Ma lo «scherzo» è degenerato. E chi lo ha ideato è scappato in fretta e furia senza portar via nulla, addirittura tentando di spegnere le fiamme, subito scoraggiato dal fumo: i filmati delle telecamere documentano tutta la fuga e persino un segno di riconoscimento di uno dei cinque studenti implicati: un vistoso taglio sulla mano. E i testimoni fanno il resto: già il giorno successivo il rogo qualcuno è in grado di indicare ai carabinieri che i responsabili «sono tutti ragazzini di Pieve Emanuele e che sono arrivati e scappati in bicicletta».
A quel punto individuare i colpevoli - un sedicenne, due quattordicenni e due tredicenni (due indagati a piede libero proprio come responsabili dell’incendio, gli altri dovranno rispondere di danneggiamento, ma solo i genitori e solo civilmente in quanto i due tredicenni non sono imputabili) - non è stata esattamente un’impresa per i carabinieri.
Il sindaco di Pieve, Francesco Argeri, chiede per i cinque ragazzi «una punizione preventiva»: «Gli episodi di vandalismo sono un cattivo esempio per le nuove generazioni. Ho pensato a un castigo preventivo. Organizzeremo un momento di pulizia dalle scritte naziste sui muri dell’edificio incendiato. Un gesto simbolico per disincentivare emulazioni negative».