Rogo di Opera, aperta un’inchiesta Altro giorno di rivolta: «No ai rom»

Gli abitanti presidiano l’area dell’accampamento: «Non siamo razzisti, ma nessuno ci ha interpellato». Si cerca una soluzione: oggi vertice dal prefetto

Non si arrendono i cittadini di Opera, neanche il gelo di questi giorni e l'inchiesta aperta sul rogo che ha distrutto alcune tende allestite a Opera dalla protezione civile per ospitare 67 nomadi fa demordere gli operesi. L'ipotesi di reato formulata dal pubblico ministero Laura Barbaini è quella di danneggiamento seguita da incendio per il momento a carico di ignoti; il magistrato ha disposto anche una consulenza tecnica per stabilire l'origine dell'incendio doloso e risalire a chi l'ha appiccato. Oggi pomeriggio si terrà invece un vertice in prefettura tra le parti firmatarie del protocollo d’intesa dello scorso 21 dicembre, e cioè il prefetto Gian Valerio Lombardi, il sindaco di Opera Alessandro Ramazzotti, per il Comune di Milano l’assessore alle Politiche sociali Mariolina Moioli, e il presidente della Provincia, Filippo Penati.
Ieri mattina, già dalle 6, un centinaio di cittadini ha ripreso il presidio. Motivo della protesta il rifiuto di accettare l'apertura del campo nomadi all'ingresso del paese. Gli esponenti locali della Lega Nord e di An avevano subito condannato gli autori del rogo e in questi giorni hanno dato prova di responsabilità facendo in modo che in prossimità del campo non si registrasse alcun incidente. Gli stessi poliziotti e carabinieri che a turno presidiano l'area, ammettono di trovarsi di fronte a gente pacifica composta da uomini, donne bambini e anziani, ben lontana dai facinorosi che qualcuno vorrebbe far credere. In mattinata è arrivata anche la solidarietà dell'assessore al Territorio e all'Urbanistica della Regione Lombardia, Davide Boni, accolto dagli applausi dei manifestanti. I cittadini non vogliono mollare, si sentono presi in giro; sul luogo del presidio sono state allestite graticola e vin brulè per rifocillarsi, ci si scalda come si può: chi vicino al fuoco, chi con un maglione in più. Nessuno vuole andare via, temono che un loro allontanamento possa portare all'irreparabile, come la ricostruzione della tendopoli o una visita dei centri sociali favorevoli al campo.
«Stiamo aspettando l'incontro con il prefetto - commenta Pino Pozzoli, consigliere di An - sabato il prefetto ci aveva rassicurato che si sarebbe studiata una soluzione alternativa; ma il sindaco, un'ora dopo, lo aveva smentito dicendo che la situazione sarebbe rimasta invariata. Vogliamo chiarezza, la gente ha superato la soglia della sopportazione». Anche Ettore Fusco, consigliere della Lega Nord operese, dice la sua: «Opera ha già un carcere, non vogliamo altre aree calde. Continuiamo ad aspettare che venga ascoltato il comitato di cittadini che il prefetto aveva autorizzato a trattare». Al sindaco Ramazzotti chiedono un consiglio comunale straordinario e un referendum per decidere democraticamente sulla questione. «Invece il sindaco ha convocato solo un membro del comitato così da non avere una dura e ferma opposizione». «A non rasserenare gli animi - aggiunge Marco Rondini, segretario provinciale della Lega -, ci si è messo anche il prete di Opera, quel don Renato che ha ospitato i rom in festa nella parrocchia».
Eppure la gente non vuole che il tutto si trasformi in una questione politica. Il campo non è accettato da simpatizzanti di centrodestra come da quelli di sinistra: «Vogliamo solo tranquillità. Ci hanno dipinto come intolleranti: sono una madre di famiglia, abbiamo anche adottato un bambino in Angola. Non sono razzista e da buona cattolica dico anche che questa gente va aiutata ma si sa quali sono i problemi che portano gli zingari... ». Prosegue un altro manifestante: «A Opera abbiamo già i nostri problemi, non vogliamo che diventi la Scampia di Milano».