Rogo in un teatro morte 31 persone

R. A. Segre

«Cronaca di un risultato previsto» era il titolo che l'Economist dava, una settimana fa, all'articolo del suo informatissimo corrispondente dal Cairo in merito alle elezioni presidenziali che hanno oggi luogo in Egitto. Difficile smentire le previsioni del settimanale londinese, che del resto concordano con quelle di tutti gli altri media internazionali.
Mubarak sarà dunque rieletto e a grande maggioranza. Degli otto suoi potenziali concorrenti indipendenti, tre soli hanno qualche possibilità di registrare una percentuale di voti di consenso. Noaman Gomaa, 71 anni, è il capo del partito più antico del paese il Wafd. Ayman Nour, 40 anni, è giornalista e avvocato: forse ha fatto uno sbaglio a scegliere l'arancione (in ossequio alla rivolta ucraina) come colore per i suoi manifestini di propaganda, dal momento che le tv arabe hanno mostrato per giorni lo stesso colore portato come insegna dai coloni ebrei di Israele. Giovane, carismatico e capo del partito liberale al Ghad, difficilmente potrà essere votato fuori dalle grandi città. Quanto ad Ahmed el Sabati, leader quasi ottantenne del partito Umma, è troppo isolato per sperare di ottenere un riconoscimento elettorale significativo.
In queste elezioni, comunque, non si combatte per il voto ma per il diritto di poter esprimere pubblicamente, per la prima volta nella storia dell'Egitto repubblicano, le proprie opinioni politiche e criticare il «faraone» Mubarak.
Al tempo della monarchia gli egiziani erano liberi di votare più «liberamente» che sotto il regime di Mubarak perché - come scriveva negli anni trenta lo storico Attya - le urne venivano sostituite dalla polizia con altre piene di voti pro governativi. Questo non dovrebbe ora succedere dato che - ed è un’importante innovazione - un giudice controllerà le operazioni di voto in ogni seggio. Ma questa «sorveglianza», decisa in autonomia dall’associazione dei giudici dopo un braccio di ferro con il governo, viene controbilanciata dal rifiuto dell’esecutivo alla presenza di osservatori stranieri: un indizio non molto favorevole per la «nuova democrazia» che Mubarak ha deciso di instaurare, sotto pressioni americane, con qualche piccolo ritocco alla legge elettorale.
Eppure l'Egitto dopo queste elezioni non sarà politicamente mai più quello di prima. Il tabu dell'intoccabilità del presidente - in quanto «faraone» seduto all'apice della piramide di secolare potere burocratico, sociale e militare - è stato infranto. Lo è stato da movimenti popolari come Kifaya («ne abbiamo abbastanza») che hanno portato migliaia di manifestanti davanti agli schieramenti antisommossa della polizia.
Ancora di più è stato fatto dalla televisione di Stato che, per quanto largamente parziale verso Mubarak, ha permesso non solo a dei concorrenti presidenziali di esprimere le loro idee ma anche a un noto uomo politico, Nabil Zaki, di affermare quello che tutti sapevano ma non avevano il coraggio di dire, e cioè che la promessa di Mubarak di creare 4 milioni di posti di lavoro in sei anni era una fandonia.
Nessuno si aspetta che «dopo Mubarak ci sia il diluvio». La rivolta non è nella natura degli egiziani, a meno che non si tratti di un'occupazione straniera, dalla Francia di Napoleone all'Inghilterra. La prima cosa da verificare in questa elezione «truccata» è quale percentuale di voti i concorrenti del presidente riceveranno. Se qualcuno otterrà più del 10% sarà una grossa sorpresa.
Importante sarà poi capire l'impatto che avrà sull’opinione pubblica la decisione dei Fratelli musulmani, la principale forza reale politica organizzata, ma illegale, dell'Egitto, di partecipare al voto.
Infine è da vedere se la finestra di libertà di espressione che si è aperta nella stampa e soprattutto nella tv si rinchiuderà. Ma anche qui le cose sono destinate a cambiare perché in Egitto non solo i telefoni funzionano (anche se l'attesa per ottenere una linea è ancora lunga) ma i messaggi elettronici si moltiplicano. E inviarli e riceverli costa poco.