Roland Petit, la danza è il suo regno

«Per lo spettacolo contano tre cose: la scena, il pubblico e i danzatori»

Igor Principe

Non è stato un pomeriggio facile, quello di ieri, per l'interprete incaricata di rendere noto ai non francofoni il pensiero di monsieur Roland Petit. Tra gli stucchi e i marmi del ridotto dei palchi della Scala, il coreografo ha soggiogato a colpi di carisma chi gli stava intorno durante la presentazione di La strada e di Le Jeune Homme et la Mort (in scena al Teatro degli Arcimboldi da domani al 18 marzo).
Quando ha parlato di quest'ultimo - l'incontro con Jean Cocteau, cui si deve il libretto; la sua idea originaria, datata 1946; i cambiamenti in corso d'opera; i suggerimenti ai ballerini che dovranno danzarlo adesso - la passione ha preso il sopravvento anche sui timidi tentativi, da parte di Frédéric Olivieri (direttore del Corpo di Ballo della Scala), di interromperlo per lasciar spazio alla traduzione. Dopo quindici minuti di racconto, l'interprete ha dovuto fare i conti con un comprensibile imbarazzo. Che Petit ha colto, e sdrammatizzato: «Non c'è bisogno di traduzione, hanno capito benissimo».
Il francese dell'artista, in effetti, è stato limpido ed essenziale come le sue idee in fatto di spettacolo. «Contano tre cose: la scena, il pubblico, i danzatori», ha detto quando gli abbiamo chiesto un'impressione sui cinquantuno anni che dividono questa messa in scena di Le Jeune Homme et la Mort dal suo debutto scaligero (1955). «Opera, Scala, Arcimboldi: il teatro non fa differenza - ha proseguito Petit -. L'importante è quello che comunichi quando lavori. Le Jeune Homme è un balletto che oggi funziona ancora perché ha molto da dire. Esprime caratteri eterni: istinto e passione. Li ritroviamo nei giovani, di qualunque epoca siano. Li ritroviamo negli attori: penso a Marlon Brando, romantico e al contempo moderno. Roberto Bolle esprime questi connotati».
L'étoile è uno dei protagonisti e agli Arcimboldi danzerà in coppia con Darcey Bussell, alternandosi con il duo Mick Zeni-Gilda Gelati. Il suo accostamento a Brando da parte di Petit non è affatto casuale: «Negli anni Cinquanta andavo al cinema tre volte a settimana, ho visto tutta la produzione di allora e ho conosciuto i miti di quella Hollywood. Il cinema è uno dei tre pilastri della mia cultura, insieme alla musica e alla letteratura».
I ricordi si sovrappongono e lo riportano a quella sua prima esperienza alla Scala, fucina di talenti che avrebbero scritto i capitoli più intensi della storia della danza. «C'era una ballerina che si ritrovava sempre in piccoli ruoli. "Voglio lei", dicevo. "No, Carla Fracci no - mi sentivo rispondere -. È ancora giovane". "Ho detto che voglio lei", insistevo io. Certo, un caratterino. Ma soprattutto un'artista grandiosa».
Non c'è in lui, tuttavia, il malinconico indulgere nella nostalgia di un passato migliore, quasi per contratto, del presente. Pure, Petit ha ottantadue anni, e si potrebbe facilmente perdonargliela. Invece ha i piedi ben calati nel presente, soprattutto quando parla del pubblico. «Sa riconoscere la qualità. Raramente l'ho visto commettere errori, pur dovendosi difendere dal vero pericolo che minaccia la danza: la moda».
La fiducia si riverbera nella platea della Scala attraverso le lodi che Petit non risparmia ad Olivieri - «il direttore che tutti vorrebbero!» -; c'è quindi da scommettere che il coreografo non mancherà di apprezzare anche La strada, spettacolo che la Scala ripropone al Teatro della Bicocca con quattro cast di volta in volta diversi in cui ritorna Gilda Gelati, Mort per Petit nelle repliche del 16 e 17 marzo.
Un ruolo difficile anche per quei ballerini che con lei devono confrontarsi. «La morte è l'altra faccia della fanciulla che respinge il giovane uomo, portandolo al suicidio - ha concluso il coreografo -. Ogni passo è intriso di passione. In un passaggio su una sedia, Bolle mi ha chiesto un suggerimento. "F**k the chair", gli ho detto io». Come ha detto prima, l'importante nella danza è comunicare.