Rolly Marchi: «L’amore in cima alla mia vita»

Il nuovo libro dello scrittore-alpinista: una raccolta di racconti che sarebbe molto piaciuta all’amico Dino Buzzati

«Sai qual è il mio rammarico? L’aver fatto troppe cose nella vita. L’assicuratore, l’atleta, lo scalatore, lo sciatore, il fotografo, l’organizzatore... Hai presente il decatlon? Fai buoni risultati in tutte le specialità che lo compongono, ma non eccelli in nessuna. Ecco, un decatleta della vita potrebbe essere una buona definizione, e alla fine mi potrebbe andare anche bene, non ci fosse in ballo l’ambizione della scrittura... Buzzati avrebbe dato due suoi libri per una scalata di 6° grado e Parise avrebbe fatto altrettanto pur di vincere la coppa del mondo di discesa libera... Io cederei volentieri i miei titoli di sportivo se qualcuno cominciasse a definirmi uno scrittore. Ti sembro ridicolo?».
Il problema di Rolly Marchi è Rolly Marchi, un pezzo d’uomo che è alto più di un metro e ottanta e ha più di ottant’anni. Mesi fa un tir ha provato a scontrarsi con lui, l’ha sbattuto con tutta la macchina contro il guard-rail, è a sua volta uscito di strada, ha perso una ruota, si è rovesciato. «L’autista si era distratto a guardare una macchina sportiva con una bella ragazza alla guida» minimizza lui. «Ero fermo nella corsia di emergenza intento a telefonare e all’improvviso mi sono sentito come espulso in aria... No, non mi sono fatto niente, molti lividi, questo sì, e poi qualcosa alla retina di cui mi sono reso conto solo dopo, quando ho cominciato a perdere decimi su decimi: vedremo come andrà a finire. Sai, io sono di quelli che vedono sempre il bicchiere mezzo pieno, da morto una vista perfetta non mi sarebbe comunque servita a niente...».
Inserire uno così nell’anemico panorama degli scrittori italiani, quasi sempre brevilinei, pallidi di carnagione, scarsi di fisico e pieni di complessi, è già un problema. E non serve a niente ricordare che un suo romanzo, Ride la luna, vinse il Campiello e un altro, Le mani dure, fu definito da Buzzati «il libro di montagna più bello scritto in Europa». «Cose vecchie» taglia corto lui: «Dino era un amico e poi non si può sempre stare a rivangare il passato, è il presente quello che mi interessa, ti direi il futuro se non fosse che ormai ho superato gli ottantacinque anni...».
Il presente di Rolly è questo libro di racconti che ho fra le mani mentre lo intervisto. Si intitola Se non ci fosse l’amore (Net editore, pagg. 188, euro 7,50) ed è un piccolo capolavoro. L’aggettivo non vuole essere diminutivo, ma ha la sua ragione nel modo in cui il libro è costruito. Intorno a un tema circoscritto, quello che dà il titolo, sono riunite tredici storie: si va dall’amore in guerra all’amore in rifugio, dall’amore di figlio all’amore incerto, dall’amore in vetta all’amore a Mosca... Come in un sillabario alla Parise, la «A» di amore viene così coniugata nelle sue dimensioni carnali, sentimentali, intellettuali, amicali e il tutto avviene con una leggerezza che incanta, con un gusto attento della costruzione, con una capacità psicologica emozionante.
Scritte nell’arco di una vita, le storie di cui Se non ci fosse l’amore si compone sono a metà fra l’invenzione pura e l’autobiografia. «Amore in vetta nasce come idea da un’esperienza simile alla scuola di roccia Giorgio Graffer. È lì che vidi l’arrampicata di una ragazzina invalida, un piede amputato per un incidente di macchina. Sai, la corda in roccia è come un cordone ombelicale che ti lega a chi sale con te, un rapporto di fiducia totale grazie al quale puoi fare delle cose che mai avresti immaginato... Amore a Mosca l’ho scritto al tempo delle Olimpiadi e anche lì c’è molto di vissuto. Io sono stato più volte in Urss quando c’era il comunismo e mi è bastato per non farmi mai votare a sinistra in vita mia. I controlli di polizia, il clima di sospetto, il mercato nero, la corruzione e la miseria, la burocrazia estenuante, il disprezzo per l’individuo... Ecco, nel racconto c’è un po’ tutto questo. A Piero Chiara piacque molto il finale, ma quello, lo dico senza falsa modestia, è opera mia».
Amore di figlio è uno dei più toccanti. «Mia madre è morta a 96 ani, e non ho vergogna a dire che è la donna che ho amato di più nella mia vita. Figlio unico, mi è sempre stata vicina, anche quando ero davvero solo. Quando ha raggiunto i novanta ho preso a telefonarle tutte le sere, ovunque mi trovassi, per dirle che stavo bene, per augurarle la buona notte. Sai, arrivati a quell’età, gli amici sono sempre di meno, non si sa più con chi parlare. Al suo “Pronto” me la vedevo davanti, la sentivo sorridere ed ero contento. Mi elencava i nomi di quelli che erano passati a salutarla, se li scriveva su un foglio e me li leggeva, senza mai dimenticarne nemmeno uno... Da vecchi si hanno degli orgogli infantili che sono toccanti. Nel 1988 ero in Corea per le Olimpiadi... “non chiamarmi tutti i giorni - mi rimproverò - chissà cosa ti costa, basta ogni tre giorni”. Ma sapevo che a chi sarebbe andato a trovarla avrebbe detto: “Lo sapete da dove mi ha chiamato Rolando? Dalla Corea!”».
Il libro si apre con Amore in guerra. «Ero ufficiale nei Granatieri di Sardegna, sono stato ferito gravemente in Sicilia, prigioniero in Africa e poi rimpatriato dopo l’8 settembre, Seminole si chiamava la nave-infermeria... Ti racconto questo non per vantarmi, non c’è niente di cui vantarsi, ma per farti capire che la guerra la conosco, ne so i lati brutti, devastanti, e quelli esaltanti, il cameratismo, il rischio... Il racconto è vero, anche se non è capitato a me, ma a un mio amico, Sergio Marchesi, il nome del protagonista. Siamo coetanei, lui era ufficiale degli alpini in Jugoslavia. Una sera intorno al fuoco, a Cortina, ci stavamo scambiando reminiscenze belliche, in fondo siamo l’ultima generazione a poterlo ancora fare, allora avevamo vent’anni. Dopo di noi, testimonianze dal vivo non ce ne saranno più. Be’ mi è sembrata una storia bellissima, con una morale di fondo che ha ancora adesso la sua attualità. Però, che dici, se racconto ora come va a finire, il lettore poi ci resta male...».
Il gusto per il colpo di scena è un qualcosa che Marchi deve a Buzzati. «Sai, io sono in imbarazzo a parlare di scrittori preferiti. La verità è che ho letto poco, ho più fatto che letto. E più degli scrittori mi intrigavano i pittori. Ho abitato a lungo a Brera, frequentavo Dova, Baj, Tadini, Crippa, Somarè, non per nulla ho sposato una pittrice... Il gusto delle descrizioni probabilmente mi viene da lì. Ecco, Buzzati aveva questa doppia anima e paradossalmente riteneva che quella vera fosse la seconda, la pittura appunto, non la scrittura. Ma perché ti dico questo? Ah sì, mi chiedevi dei finali. Be’, se una cosa ho imparato da lui è proprio questa: “Mi raccomando il finale”, era il suo ammonimento. Pensava che l’uscita di scena fosse più importante dell’entrata, dell’incipit. Adesso ti faccio vedere una cosa...».
La cosa che Rolly Marchi mi fa vedere sono tre scatti fotografici presi a Cortina nel settembre del 1971. Si vede Buzzati di spalle che, appoggiato a un bastone, si incammina verso una casa. «Volle che io glieli facessi proprio così. “Fotografami di schiena, come uno che se ne va, per sempre”. Quando ebbe le foto ne ricavò un disegno, questo qui vedi, con cui corredò il suo ultimo articolo. Poi entrò in clinica. Al momento di uscire di casa disse alla moglie: “Ricordati di evitarmi ogni dolore, sai che il dolore non lo sopporto. A morire con digniità ci penso io”. Ecco, questo era Buzzati».
Amore per un grande amico è il titolo del racconto sull’autore di Il deserto dei tartari. Quando Rolly andò a trovarlo in ospedale trovò «un omino di mille anni, con un nasino a becco di uccello che pareva prossimo a staccarsi dal viso e la pelle grinzosa e allentata che pendeva dagli zigomi colore del piombo. Soltanto gli occhi erano ancora i suoi, piccoli gioielli ricchi di luce». Basterebbero queste righe per dare conto della qualità della scrittura di Marchi, ma l’intero libro è costruito con questa grazia misurata, a volte drammatica ma mai retorica. E se la lezione buzzatiana dei finali è resa alla perfezione, invidiabile è la semplicità con cui Marchi introduce ogni volta una storia: «In un giorno d’autunno, sotto il cielo livido dell’alba»; «In uno dei primi giorni di giugno un uomo di mezza età»; «Un uomo sui quaranta, bergamasco, buon alpinista, discreto fotografo»; «Un uomo fra i quaranta e i quarantacinque anni, scapolo, alpinista dagli anni fervidi della prima giovinezza»... Chi invidiava a Parise la sconvolgente naturalezza con cui i suoi racconti si aprivano, troverà qui di che gioire.
Al momento di salutarci, nello stringermi la mano Rolly mi dice: «Posso chiederti un favore?». «Certo» faccio io. «Non trattarmi da sportivo. Stroncami, se vuoi, ma stroncami da scrittore». Ho fatto il possibile.